Come tutti i giovani con velleità letterarie, anche Luigi Pirandello tentò con la poesia l’ approccio alla letteratura. Mal giocondo, la prima raccolta, edita nel 1889, sin dal titolo ossimorico dimostra la passione pirandelliana per il contrasto fra diverse pulsioni e per le contraddizioni intrinseche nell’uomo.
Primavera di terrazzi, più volte rimaneggiata fino a trovar definitiva stesura nella rivista “Riviera ligure “nel 1909, è tutta prosastica nell’andamento e nella trama, nonostante il formale rispetto della metrica (tre strofe di versi endecasillabi con rima baciata).
La storiella è allegra: è aprile e, nelle forme di una procace vicina, Pirandello riscopre la voglia di amare; i fiori sono in boccio, due tartarughine, nell’enfasi amatoria, si sono rovesciate, ma l’uomo, che nelle vesti e nei modi inneggia anch’egli alla rinata primavera, fermo e servo nei suoi buoni modi è l’unico a resistere scioccamente al richiamo della natura, che incita al sesso e all’allegria.
La mia vicina, sul mattin d’aprile,
compresa ancora del tepor del letto,
esce al terrazzo, e al sol primaverile
spiega i tesori del ricolmo petto.
Ella ha piú grazia, la vicina, in quella
acconciatura che le cangia aspetto:
un camicino bianco e una gonnella
di panno lano oscura. La saluto
dal mio poggiolo dirimpetto, ed ella,
lieve inchinando il capo riccioluto,
mi risponde; poi viene al pilastrino,
su cui ride snasato un fauno arguto,
e dice: – «Come mai, caro vicino?
siete voi? sogno ancora? o com’è andata?
qual gallo v’ha cantato il mattutino?» –Cosí, tra i fior, su la balaustrata,
dei vasi ben disposti e con amore
coltivati da lei lungo l’annata,
un grande anch’ella pare e vivo fiore;
anzi, lei sola, un fiore. A quel giardino,
giro giro, che calci di gran cuore
darei! parmi ogni vaso un cervellino
di moderno romantico poeta
che levi dal suo fango un inno fino
tra il cessin le pillaccole e la creta
per dir che piú non ama e piú non spera
alla stagion che tutto il mondo allieta.
Oh dei terrazzi magra primavera,
sciocca di nuove rime fioritura!Mi duol che voi, maestra giardiniera,
ve ne prendiate cosí assidua cura.
Codesti fiori dall’olezzo ingrato
non vi sembrano sforzi di natura?
Due tartarughe, intanto, senza fiato,
s’inseguono sui pie’ sbiechi, in amore,
raspando il piano d’asfalto bruciato.
Cara vicina, fatemi il favore
di rivoltarle su la scaglia al sole:
non hanno alcun riguardo, alcun pudore,
brutte rocciose sceme bestiole;
sono lí lí per fare atto villano,
mentre che noi facciam solo parole:le vedremo armeggiar nel vuoto, invano

Benedetta Colella








