Il bambino che sognava la fine del mondo

Il discusso romanzo di Antonio Scurati (Bompiani, 2009)


In un’affollata lezione di scrittura creativa, Walter Siti sostenne, con una colorita espressione, che il compito dell’autore, oggi, sia “sputtanarsi”..
In un mondo straziato da tre invivibili condizioni, magnificamente espresse da Zygmunt Bauman come “sicurezza insicura”, “certezza incerta” e “rischiosa incolumità”, il letterato deve partecipare in prima persona al ritorno alla ferinità dell’uomo, mettendo in piazza pensieri sconvenienti e pulsioni socialmente riprovevoli, e scioccare l’opinione comune dimostrando, al di là del pensiero unico, che l’essere umano è ancora una bestia, benché in doppiopetto.
Antonio Scurati si fa protagonista del suo “Il bambino che sognava la fine del mondo” per offrire una trasposizione letteraria di sé certamente non lusinghiera: forzando la sua biografia e la cronaca nera, si fa testimone perplesso di una serie di orrori a gran forza condannati dalla morale comune: la pedofilia, il razzismo, la vendita di esami universitari in cambio di prestazioni sessuali, l’imbarazzo di chi disprezza di giorno, con voce forte e chiara, ciò che turba le sue notti.
Tutto è ripreso, ingigantito, mixato da una televisione matrigna che, fomentando le paure degli uomini, suscitando un clima generale di diffidenza e terrore, si fa punto di riferimento unico per lo straziato uomo comune.

A mano a mano che la trasmissione procedeva, ricordo un chiacchiericcio fitto, una nuvola di rumore bianco in cui i saperi complessi degli esperti degradavano al rango di opinioni estemporanee perché frammentati dall’imperativo del ritmo, sminuiti dall’incipiente stacco pubblicitario, banalizzati dall’improbabile confronto con il parere dell’uomo qualunque, interrotti dalla necessità del contraddittorio

”.
Scurati tenta di fotografare i meandri inesplorati dell’animo, quelle paure ancestrali che suscitano il terrore e, con questo, la caccia alle streghe, e vuole restituire ai fanciulli un mondo fantastico popolato di orchi e streghe che non sempre hanno attinenza con la realtà. Alle azioni e soprattutto ai pensieri molesti dell’autore ormai adulto, fanno da pendant le apocalittiche certezze di Toto bambino, sonnambulo, visionario e disfattista come tutti, a quella età. A lungo l’autore ci lascia con il dubbio che gli scompensi e le angosce del bimbo (intercalati in tutto il romanzo e vissuti con la partecipazione di chi crede all’io narrante in prima persona) derivino da una brutalizzazione subita e rimossa.
L’argomento dell’infanzia violata è stato oggetto di un contestatissimo libro di Camilleri, “Un sabato, con gli amici”, in cui, le violenze e le turbe di un gruppo di amici sono tutte, immancabilmente, attribuibili agli orrori vissuti da bambini, Scurati arriva alle conclusioni opposte: la fantasia dei bambini ricerca fatalmente il mistero e la paura; è l’adulto che li strumentalizza in una serrata caccia alle streghe e, nel tentativo di razionalizzare, dà voce e corpo a immagini che popolano la fantasia del fanciullo.
Al pieno dominio dello stile non corrisponde, ne “Il bambino che sognava la fine del mondo”, chiarezza di trama; l’autore vuole toccare troppi argomenti e, soprattutto, vuole analizzarli anche a discapito del ritmo e della trama, quasi a dimostrarci che alla riflessione non siamo avvezzi, abituati come siamo alla giustapposizione acritica di fotogrammi davanti ad uno schermo.
Tra i mille spunti di riflessione prodotti dal libro, ne propongo due:

La passione per i centri benessere non è sintomo di una rigurgitante vitalità inesausta, ma il suo contrappeso, il prodotto di una forza uguale e contraria: è lo sfogo di una mai sopita pulsione di morte. La rilassatezza, il miraggio offerto da questi sanatori di lusso, non asseconda l’aspirazione ad un’esistenza serena, ma la nostalgia di uno stato prenatale. Promette ai vivi la cessazione di ogni pulsione vitale

”.
(Descrivendo se stesso, commissario durante gli esami universitari):

” La rovina del millenario edificio del sapere umanistico assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all’altro capo della scrivania, smozzica frasi per lo più insensate, ciancica frattaglie di notizie irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze andate a male”

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