San Martino del Carso e/è L'Aquila

Il cuore straziato di Giuseppe Ungaretti (e di ogni aquilano)

C’è un che di ineffabilmente doloroso nella distruzione di una città.
Pareti che proteggevano dal mondo, ovattando quel nido di familiarità che è sempre una casa, si offrono nude, sguarnite, lacere, all’occhio indiscreto del passante frettoloso.
Strade che brulicavano di vita raccolgono i cocci dei palazzi che le incorniciavano.
Piazze, bar, cinema, luoghi di ritrovo sono ora cumuli di macerie e desolazione, percorsi da orde di topi impuniti.
Dov’è L’Aquila bella mè?
E’ sventrata, annientata, evacuata.
Ungaretti che attraversò i paesi bombardati con l’animo straziato del testimone impotente soffrì forse meno di noi aquilani: la guerra, la follia omicida dell’uomo distrusse San Martino del Carso, ma noi eravamo in pace, noi dormivamo sereni nelle nostre case.
Noi abbiamo fatto in tempo solo a fuggire, lasciando alle spalle e alla ferocia della natura oggetti, mobili, suppellettili, vestiti, libri, ricordi di una vita.
Non sono morti solo i soldati che combattevano eroicamente per la Patria. Tra le macerie, sfregiati, schiacciati, distrutti, ci sono i corpi di uomini, donne e bambini rubati alla vita senza riguardi né per l’età né per il ceto sociale.
C’è Filippo, il mio alunno migliore.
C’è Maria Grazia, la mia professoressa del liceo.
C’è Sandro, l’anima di Nuova Acropoli.
C’è Noemi, l’amica dell’università.
Ci sono trecento persone che non incontreremo più, trecento famiglie che hanno smesso di essere felici in quel terribile 6 aprile 2009.
Per loro e per noi tutti è stata scritta questa poesia:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

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