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Alfieri filologo di se stesso

Nella Vita, il giudizio sulle prime tragedie

Vittorio Alfieri visse in un periodo di transizione: da una parte, il neoclassicismo imponeva il ritorno alle proporzioni, alle tematiche, ai personaggi, agli stili del greco e del latino, dall’altra, il preromanticismo pretendeva confusamente l’anarchia del sentimento, il furore della passione, il trionfo dell’immediatezza.
Alfieri seppe potenziare i punti di forza delle due correnti, inserendo il vigore di un’anima indomita nella perfezione stilistica e nel serbatoio mitologico e biblico delle sue tragedie. Per questo fu molto amato. Per questo fu molto odiato.
E Alfieri non era tipo da accogliere in silenzio le stroncature né, ancor meno, da trincerarsi dietro un’acritica accettazione di sé. Nel 1788 (cfr. Vita, Epoca quarta, cap. I) espresse sopra le sue prime dieci tragedie un parere piuttosto oggettivo, spiegando le sue ragioni e sottolineando i suoi limiti come adulatori e detrattori non erano riusciti a fare.
Non ignorava che oscurità e durezza possono scoraggiare un lettore poco dotato: è nell’idea stessa di tragedia, nello scavo verso la miseria e il dolore dell’animo umano, quell’osticità che manca, invece, alla lirica. Avrà anche esagerato, ammise, ma con ironico livore sottolineò che nessuno dei suoi critici seppe indicare i passi, i versi, i termini stonati e soprattutto le correzioni da porre, i modelli da seguire.
Per questo, egli si fece mirabilmente filologo di se stesso e affondò il bisturi all’origine stessa della vena compositiva. Come i più scaltriti studiosi, scelse un verso, un verso qualsiasi, e spiegò i motivi per cui fu scritto e poi ritoccato e poi ancora mutato. E’ una vera e propria lezione di composizione poetica, tenuta da un magistrale insegnante e vale la pena riproporla.
Nel Filippo, atto IV, scena V, verso 2, Gomez diceva da Isabella

A quei che uscir den dal tuo fianco figli

Il verso è di difficile comprensione, non solo per il complesso iperbato (quei…figli), ma anche per il susseguirsi di troppi monosillabi e per un deittico (quei) troppo triviale per la stessa ammissione dell’autore. Sarebbe stato semplice scrivere

Ai figli che usciranno dal tuo fianco

che, però, è troppo colloquiale per essere poetico e per di più è sgradevole all’orecchio per il quadrisillabo “usciranno” in posizione mediana. Per evitare la prosaicità della forma, si cade nell’eccesso opposto. Per evitare l’iperbato, basta riposizionare le parole così da ottenere

A quei figli che uscir den dal tuo fianco

la cui lettura è tuttavia ancora stentata per la persistente successione dei monosillabi. E’ necessaria dunque una quarta ed ultima correzione per giungere al definitivo

Ai figli che uscir denno dal tuo fianco.

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