Edmondo il “fanciullino”

Il coccodrillo di Pascoli alla morte di De Amicis

Giovanni Pascoli non fu un buon insegnante.
Non aveva il timbro di voce adatta, non seguiva uno schema logico, ma si perdeva nei mille rivoli delle sue digressioni. Il 13 marzo 1908, all’indomani della morte di Edmondo de Amicis, premise alla sua lezione un compianto dello scrittore di Cuore.
Prescindendo dalla produzione politica e sociale dell’autore, ne parlò come di un “fanciullino”, di un uomo buono e calmo, tranquillo, fuori dal suo tempo intriso di lazzi, scherzi, ironie. Contro la grettezza becera della letteratura non deamicisiana sentenziava con forbita immagine “le lagrime che brillano così luminose tra il sorriso mal si accompagnano al sogghigno che storce la bocca”.
Pacatezza, serenità, dolcezza erano invece prerogative di De Amicis, che sapeva esprimere i suoi sentimenti attraverso uno studio costante e pieno del vocabolario. E’ anche pascoliana la passione per il termine ricercato, per il lessico settoriale, per la parola suggestiva e la facondia linguistica di de Amicis non poteva non interessare l’autore di “myricae”.
Per questo associa il purismo deamicisiano alla baldanza di Carducci, considerando entrambi depositari di una stessa poetica, quella del “siate voi e non altro che voi, e non vi rincresca d’esser quel che siete, sì che andiate a chiedere in prestito ad altri, in casa e fuori, i gesti, le parole, i sentimenti, l’animo!”
Il sentimentalismo, la bontà, l’eroismo che allignano in Cuore fanno di Edmondo De Amicis, paragonabile in questo, sempre secondo Pascoli, a san Francesco, l’”apostolo della scuola”, il pedagogo che, solo, seppe trascinare alla luce un’istituzione che già allora viveva incupita nelle catacombe della società. In una commossa apostrofe al morto, concluse così: “Tu dunque non sei più? Ma se il tuo cuore batte in centinaia e centinaia di migliaia di fanciulli e fanciulle! Tu sei in loro. E la tua presenza s’indovina e si conosce dalla loro bontà. Se essi donano, se perdonano, se compungono, se soccorrono, sei tu che doni e perdoni e compungi e soccorri. E se le lor madri li possono stringere al cuore ogni sera più teneri e più bravi e più buoni, sei tu, sei tu che fai, così, felici i figli e felicissime le loro madri! Qual santa immortalità è questa! Sopravvivere per fare, non per ricevere, il bene! Avere questo solo compenso del bene già fatto: continuarlo a fare”

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