Le emozioni ambivalenti suscitate a Camilleri dal suo personaggio più riuscito, il commissario Salvo Montalbano, sono emblematiche del rapporto intimo tra creatore e creazione.
Da una parte, c’è affetto e gratitudine verso il personaggio che lo ha sottratto dall’anonimato, dall’altra il prolifico autore si sente schiacciato dall’autonomia e dalla popolarità di Montalbano, che, grazie anche all’abilità dell’autore Luca Zingaretti, sua incarnazione sul piccolo schermo, vive nella fantasia popolare una vita autonoma. Anche persone solitamente estranee al panorama editoriale conoscono, apprezzano o criticano il comportamento borderline, le cadute di stile e le intuizioni geniali dell’investigatore e si appassionano all’altalenante relazione con Livia, alle sbandate e alle nostalgie di un personaggio talmente incisivo da impregnare di sé, al di là della trama, l’intero libro o la sua traduzione filmica.
Si vocifera che la cassaforte della Sellerio conservi il manoscritto in cui è narrata la morte di Montalbano, riservandosi di pubblicarlo postumo (il più tardi possibile, si spera) e che nel frattempo Camilleri lotti con se stesso per trattenere la progressiva antipatia verso il personaggio. La sua figura di uomo si infanga di romanzo in romanzo: se prima era tetragono alle tentazioni, tutto “casa e bottega”, man mano le sue antipatie diventano idiosincratiche, le sue tentazioni scivolano nei tradimenti, la sua bontà si fa sempre più cieca nelle mani di abili manipolatrici.
“La danza del gabbiano” nasce dall’osservazione gratuita e un po’ nostalgica della straziante morte di un uccello che fu simbolo di mare e libertà e che vola oggi smarrito fra discariche e immondezzai. Analogo strazio è destinato ad un piccolo malvivente di Vigata, la cui triste sorte è motore propulsivo della storia.
Il mondo di Camilleri si tinge di nero: sullo sfondo di delitti sempre più sordidi ed efferati aleggia un clima di generale lassismo e corruzione che, da Montecitorio fino all’ultima collina siciliana, impregna di sé la stagnante vita in Italia. Il delitto è solo pretesto per una panoramica accorata sulla crudele viltà che è cifra comune in Italia. E Montalbano, cavaliere con molte macchie e tanta paura, con la sua giustizia coerente e anacronistica, non è un eroe, ma un poveruomo nato a suo grosso danno nel secolo sbagliato.
Letteratura Italiana
Pubblicato
in: Duemila
La danza del gabbiano
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