“L’uomo è un condannato a morte con rinvio indefinito”affermava Victor Hugo. La vita può esistere, può scorrere silenziosa solo a patto che non ci si fermi a pensare che potrebbe finire subito.
Se sapessimo con certezza la data della nostra morte, se una diagnosi infausta potesse darci una scadenza precisa, come reagiremmo? Scivoleremmo nell’apatia o ci muoveremmo curiosi per assaporare con tutti i sensi il gusto della vita, prima che ci venga sottratta?
A questo interrogativo prova a rispondere Luigi Pirandello in L’Uomo dal fiore in bocca, una novella poi trasportata in teatro.
In un notturno moderno, in cui la luce elettrica sostituisce le stelle e i fanali delle macchine prendono il posto della luna, nell’anonimato di una città fra tante, due sconosciuti si incontrano.
E’ la forza della casualità che spinge un pacifico avventore, uno fra tanti, a colloquiare con un distinto signore, che sorseggia placidamente una bibita e sembra il ritratto stesso della serenità. A lui, così disposto ad ascoltare, l’avventore confida i suoi piccoli problemi: il treno partito senza di lui, le esose richieste di moglie e figlie, le solite incomprensioni fra uomo e donna.
Basta ben poco, una descrizione attenta delle carte da regalo, per qualificare come strano il tipo, a cui è successa invece una tragedia personale assai grande. La morte gli è passata vicino, gli ha lasciato una stimmata, l’epitelioma, il fiore sulla bocca, e con questo gli ha preannunciato di lì a breve tornerà a riprenderlo.
Non appena un primario proferisce con voce grave certe diagnosi, si comincia a morire. E il tempo che intercorre fra la scoperta del male e la dipartita è sottratto alla vita e non appartiene alla morte. E’ nel regno dell’irrequietezza, dell’angoscia, dell’ossessione. Il terremoto del 1915 aveva appena raso al suolo Avezzano, poco prima la stessa sorte era toccata a Messina, quando Pirandello affermò, tramite il suo personaggio:
“crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lí a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. - Le sembra possibile?”
Per questo, l’uomo dal fiore in bocca si sottrae spazientito alle cure della moglie, nel suo egoistico furor di vivere non coglie il dolore di chi resterà vedova, ma percepisce nell’ordine imperturbabile della propria casa un’anticamera della morte e cerca nell’ignota quotidianità degli sconosciuti quella routine che, dalla scoperta dell’epitelioma in poi, è negata alla sua vita.

Benedetta Colella








