Machiavelli contro gli adulatori

Il ventitreesimo capitolo de “Il principe”.

Fu un adulatore, Machiavelli?
Come tutti i politici, sicuramente sì, e non solo per la piaggeria dedicatoria nelle sue opere, non solo per l’untuosità di certe epistole, ma perché è nella natura stessa degli uomini, soprattutto se dediti a relazioni sociali, dosare commenti e complimenti a seconda dell’utilità che può derivarne.
Silvio Berlusconi, che di Machiavelli è stato prefatore e studioso, in un suo comizio a L’Aquila raccontò che il primo suggerimento da lui elargito ai suoi collaboratori consiste sempre nell’imparare a rivolgere una lode, sincera però, a qualsiasi interlocutore. A volte è impossibile, obiettarono i suoi satelliti. A volte una persona è talmente priva di attrattive che non si può, se non con lucido disprezzo della realtà, rivolgerle alcun complimento. Il premier volle dimostrare che in tutti c’è un pregio che aspetta solo di essere scoperto e li invitò ad osservare il suo comportamento durante una serata di gala. Dopo profluvi di “Che bella chioma!”, “Che mise elegante!”, “Che sguardo profondo!”, vide avanzare un anziano malvissuto, storpio, calvo, difettoso in ogni particolare. Si sentì perso; attorno a lui, i collaboratori ammiccavano e ridacchiavano. Eppure, avvicinatosi all’ospite poco avvenente, Berlusconi potette esclamare “Che stretta di mano vigorosa!”
Oggi, infatti, sono i demagoghi ad adulare il popolo come nel passato era il suddito ad inchinarsi di fronte alle grazie del principe.
Machiavelli, dunque, nel ventitreesimo capitolo, quindi quasi a conclusione della sua opera, invita il Signore a sfuggire gli adulatori: sa che riconoscerli è difficile, giacché ciascuno di noi è tanto pieno di sé che considera estremamente attendibili e sincere le lodi che gli vengono tributate ( “perché li uomini si compiacciono tanto nelle cose loro proprie et in modo vi si ingannono, che con difficultà si difendano da questa peste; et a volersene defendere, si porta periculo di non diventare contennendo”).
E’ nella natura umana e sarebbe sterile un astratto invito a non fidarsi di nessuno. Machiavelli lo sa bene e per questo invita il suo principe a circondarsi di un consesso di “uomini savi” con cui consultarsi nelle difficoltà senza per questo concedere licenza alcuna di espressione in contesti diversi da quelli per cui sono stati interpellati. Si rischierebbe, altrimenti, di cadere vittime dell’adulazione o di mutare spesso idea, a detrimento della propria immagine, come accadeva, proprio mentre Machiavelli scriveva, all’imperatore Massimiliano, il cui consigliere, Pre’ Luca, si vantava di condizionare, assieme ad altri, la volontà del sovrano, in modo tale che “quelle cose che fa uno giorno distrugge l’altro; e che non si intenda mai quello si voglia o disegni fare, e che non si può sopra le sua deliberazioni fondarsi.”
Solo un buon principe, secondo Machiavelli, sa circondarsi di consiglieri onesti; potrebbe certo anche darsi che un inetto agisca bene sotto i consigli di qualche eminenza grigia, ma prima o poi l’astuto consigliere, con un colpo di stato, si sostituirebbe all’indeciso monarca.
Questo è il mondo: con un afflato pessimistico, l’autore conclude sospirosamente che “li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni”

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