Rosario Chiarchiaro, nomen omen

Pirandello attribuisce un nome significativo al protagonista di “La patente”

Complice anche la magistrale interpretazione di Totò, “La patente” è uno dei racconti (e dei drammi) più noti e commentati di Pirandello.
Vorrei soffermarmi sul nome scelto per lo iettatore: Rosario Chiarchiaro.
E’ evidente l’ascendenza siciliana: Pirandello è sempre attento a collocare, nel nome e nelle attitudini, ogni personaggio nel luogo di ambientazione, da cui sembra poi scollarsi per una serie di sue idiosincrasie che dimostrano quanto opinabile possa essere il concetto stesso di pazzia.
Al di là, però, della patina isolana suggerita dal nome, ci sono certi rimandi alla trama che andrebbero esplicitati. Il protagonista è accusato dalla voce popolare di portare iella; dopo aver tentato in ogni modo di smentire i pettegolezzi di paese, vistosi perseguitato, accentua le sue naturali propensioni al lugubre per sortire almeno un guadagno economico dalla deprivazione sociale.
Rosario, dunque, indica per antifrasi l’insieme delle parolacce e delle bestemmie di cui il personaggio è vittima. Sul cognome si era già espresso Leonardo Sciascia, ricordando come in dialetto siciliano si intenda per “chiarchiaro” un terreno arido e sassoso come la terra bruciata che si crea intorno al protagonista e riarde ogni anelito alla socialità.
Nel recentissimo “La danza del gabbiano”, Andrea Camilleri offre una persuasiva descrizione del territorio che, anche lì, è metafora di uno stato d’animo e di una situazione oggettiva di disagio:

“Un chiarchiaro, il loco addannato indove non ci si può coltivari nenti ed è macari periglioso caminarci, pirch^ all’improviso ti puoi trovari a sprufonnari dintra a un pirtuso che po’ s’allarga fino ad addiventari ‘na spaccatura profondissima nella terra.
Montalbano sapiva che i chiarchiari erano cimiteri d’ossa senza nomi, i posti preferiti dalla mafia quanno volivano fari scompariri a uno. Lo portavano fino all’orlo del pirtuso, gli sparavano e lo lassavano cadiri dintra. Opure sparagnavano il colpo: lo gittavano nel chiarchiaro ancora vivo e quello o moriva durante la caduta sbattenno contro le rocce o, se arrivava fino in funno, potiva fare voci quaanto voliva, nisciuno avrebbe potuto sentirlo”

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