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Sancta publicitas

La vena umoristica di Marcello Marchesi


Marcello Marchesi (Milano, 1912- Oristano 1978) è una delle tante occasioni perdute della letteratura italiana. Posto a scelta fra una anonima, ma redditizia carriera tra teatro e televisione e la gloria povera della letteratura, scelse la prima dissipando il suo talento alla ricerca del consenso popolare. Sue sono molte delle battute che resero famosi Totò, Walter Chiari e Macario, suo il brio di molte trasmissioni in cui trionfarono Mike Bongiorno, Sandra Mondaini, Gino Bramieri, Wanda Osiris.
Preferì essere un talent scout e non un talento sic et simpliciter, un’eminenza grigia e non una presenza fulgida. Glielo rimproverò aspramente Leo Longanesi, che, in un epitaffio immaginario, lo gelò con queste parole: “Qui giace un nessuno/ che, se avesse voluto/ avrebbe (sic!) potuto diventare/ Marcello Marchesi/ Purtroppo/ o per fortuna/ non lo seppe mai/ Come tutti i geni/ era un cretino”.
Mi sono recentemente imbattuta nei folgoranti aforismi del suo Sancta publicitas, edito nel 1970 dalla Scheiwiller. Agli albori ancora del linguaggio pubblicitario, Marchesi ne individuò le caratteristiche salienti cioè la brevità, l’allusione al classico, la compendiosità, ed i limiti, soprattutto evidenti nel progressivo depauperamento del linguaggio. Con l’ausilio di un latino più che maccheronico (una “lingua nonlatina, derivata dal corrompimento della classica a opera della volgare, della cronaca e della pubblicità” secondo la sua arguta definizione), simbolo di una cultura che si sfalda e si democratizza nella tensione alla banalità e all’ovvietà, attribuisce a 103 miti o mode del tempo altrettanti graffianti aforismi.
Ne riporto qui qualcuno:

6 IL CASO TORTORA
Quiz pro quo
7 POCHI DONANO SANGUE
Rara A.V.I.S.
22 COSTA SMERALDA
Sinite parvenus venire ad me
26 PALESTRA FEMMINILE
Matura non facit saltus
29 COL DENARO FAI CARRIERA
Cum “grano” salis
60 LE TASSE DEI RICCHI
Una pocum
85 PLAY BOY
Omnia “bbona” mea mecum porto
99 MOTTO DEL SOCIO
Alter frego

Come si evince da questo specilegio, non c’è condanna morale, non c’è gelido furore nelle freddure di Marchetti, che per primo ride di e con un mondo che abbandonava in quegli anni il rigore contadino per lanciarsi nudo e disarmato verso una crapula e una gioia che si credeva senza fine e senza prezzo e i cui folli costi stanno già pagando e a lungo pagheranno le generazioni successive.

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