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Arte e cazzotti

Le serate futuriste fra rissa e poesia


Chi ai reading letterari associa la calma di un salone, la musica soffusa, il tono di voce sobrio e pacato resterà sorpreso nel sapere che per Filippo Tommaso Marinetti e i suoi seguaci l’arte non poteva essere disgiunta dal dinamismo. E che cos’è più dinamico di una bella scazzottata?
Proprio così. Provocatori per mestiere, arroganti per indole, i futuristi organizzavano nelle bettole e in luoghi ancora più equivoci e disparati serate poetiche, in cui i versi erano declamati fra piatti frantumati e sonori schiaffoni. Insomma, il tafferuglio non era la conseguenza imprevista di uno scontro fra indoli ostili, ma un progetto a tavolino per richiamare l’attenzione delle masse e sbertucciare la sacralità delle accademie. Marinetti addirittura, giocava ad anagrammare il suo cognome in “ite in iram” (la t in esubero non è un problema, dato il poco peso concesso all’ortografia dal movimento futurista).
Lascio alla vis narrativa di Giordano Bruno Guerri il racconto della serata futurista del 29 giugno 1911:

“Oltre sei mesi prima Ardengo Soffici aveva recensito la mostra veneziana di Boccioni definendolo sprezzantemente “un saggissimo pittorello”, che con le sue opere tradiva la sua fama “d’incendiario, anarchico e ultraviolento”. Il giudizio non era cambiato dopo le prime opere davvero futuriste di Boccioni. Quindi quel 29 giugno, Effettì (Marinetti n.d.R.), Umberto Carrà e Russolo partirono per una spedizione punitiva, lo scontro fisico dei due gruppi intellettuali più nuovi e dinamitardi d’Italia. La sera stessa, alle Giubbe Rosse, ritrovo degli intellettuali fiorentini, Boccioni chiede di indicargli Soffici e gli si para davanti in tutto il suo metro e mezzo di statura: “Lei è Soffici?” “Sì, sono io”. “ E io sono Boccioni”, seguito da un manrovescio tale da far cadere il pur robusto Soffici. Ne nacque una gigantesca zuffa fra vociani, futuristi e altri volenterosi, mentre Palazzeschi (fiorentino e pauroso) si nascondeva dentro il caffè. Forse per rimediare alla brutta figura, Palazzeschi rivelò al gruppo futurista che gli avversari avevano preparato un agguato alla stazione, la mattina seguente. “Se non reagiamo subito”, aveva argomentato il mite Prezzolini, “tutti crederanno di poterci pisciare addosso”. Detto fatto, sotto la pensilina lo stesso Prezzolini attaccò Marinetti, cercando anche di morderlo alla testa. Boccioni si difese bene dal temuto bastone di Soffici, un artista anche con quello strumento, ma alla fine tutti quanti si ritrovarono al posto di polizia”.

Ascoltando storici dell’arte, politici e tuttologi che si azzuffano quotidianamente in televisione, c’è da chiedersi se siano seguaci del futurismo o solo, banalmente, della più vieta maleducazione.

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