A scuola di dialetto

La provocazione della Lega Nord

Sotto il solleone i pensieri si rarefanno.
I giornali, a secco di ghiotte notizie per le imminenti vacanze, recepiscono ed esaltano ogni provocazione.
Solo così si spiega lo spazio concesso all’ennesima boutade di Umberto Bossi, che vorrebbe istituzionalizzare nelle scuole i corsi di dialetto, in evidente antitesi con lo slogan delle 3 I (inglese, informatica, ignoranz…ehm, scusate, impresa) che pure avrebbe sacrificato l’italiano alla moda anglofona del momento.
I dialetti, in realtà, non sono totalmente avulsi dal panorama culturale italiano: nelle facoltà di lettere ci sono diversi corsi di storia della lingua italiana che dedicano ampio spazio alle isoglosse locali e studiano il sostrato morfosintattico che regolamenta il parlare comune.
Non c’è dunque rischio che il dialetto scompaia dalla nostra memoria storica, pur se quotidianamente attentato dalla scolarizzazione di massa e dall’appiattimento del parlato sugli schemi elementari della televisione.
Anche nei licei è concesso qualche spazio al vernacolo, se letterario: Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli per la poesia, Edoardo De Filippo per il teatro, E’ evidente, però, che i testi vernacolari non rispecchiano più la parlata locale: il dialetto, appunto perché non codificato, è per sua natura soggetto a evoluzioni e contaminazioni, è circoscritto al singolo quartiere, al piccolo paese più che alle regioni, è duttile, inafferrabile, quasi lessico familiare.
Come insegnarlo, dunque? E chi delegare a questo compito? Soprattutto, perché farlo?
Un conto è conservare il patrimonio orale, un altro propagandarlo e imporlo nelle scuole, appunto perché, per la sua attendibilità solo locale, marcerebbe in senso contrario rispetto all’obiettivo dichiarato dell’istruzione obbligatoria: alfabetizzare i giovani in modo che sappiano rapportarsi con la società tutta, ahimè più ampia e complessa del paesotto di provenienza.
La provocazione di Bossi si inserisce, però, in un pregiudizio più ampio che da qualche tempo investe la scuola, la pretesa, cioè, che debba insegnare l’ovvio. Solo così si spiega il proliferare di corsi di educazione sessuale, ambientale, stradale; solo così si motivano corsi interi di lettura del giornale, di alfabetizzazione informatica e via discorrendo. La scuola, secondo me, deve creare le coordinate mentali per analizzare il mondo nella sua interezza, non parcellizzando il sapere (perché ci sarà sempre qualcosa che solo l’esperienza saprà spiegare), ma formando le coordinate logico-espressive per affrontare ogni questione.
Chi conosce il latino e il greco saprà coglierne gli esiti vernacolari e, ampliando il proprio vocabolario, sarà facilitato nell’apprendimento di qualunque lingua moderna; chi ha studiato approfonditamente Dante e Manzoni saprà destreggiarsi con qualsiasi testo contemporaneo; chi ha interiorizzato i criteri matematici non troverà nessuna difficoltà nell’accendere un computer.

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