Come ben sa qualunque malmaritato, non c’è inferno più duro di un matrimonio infelice.
Le battute a riguardo si sprecano: da Pierre Véron che dichiarava “il vedovo è un condannato che ha ottenuto una riduzione di pena” a Ninon de Lenclos che chiosava argutamente “Dicono che Orfeo sia sceso all’inferno per cercare la propria moglie, ma tutti i vedovi di mia conoscenza non andrebbero neppure in Paradiso a trovare la loro”, in molti hanno considerato il matrimonio “uno scambio di cattivi umori di giorno e cattivi odori di notte”.
Una novella cinquecentesca, attribuita addirittura a Niccolò Machiavelli (anche se oggi si protende a considerarla opera di anonimo), gioca su quell’inferno in sedicesimo che è la vita di coppia. Sotto una parvenza di divertimento arguto, lo scrittore stigmatizza le abitudini sconce e i costumi viziosi della Firenze del suo tempo tanto che la novella va letta non solo come divertissement letterario ma anche come atto di denuncia nei confronti della dubbia moralità delle famiglie fiorentine del tempo.
Il testo è reperibile sul Web, ma spero di far cosa gradita fornendone una riduzione in italiano corrente.
Con un espediente metaletterario, l’autore si rifà alle “antiche memorie delle fiorentine cose” per introdurre il caso di un buon uomo che ebbe in visione parecchie anime di dannati, che accusavano le proprie mogli di averli condotto ad un tal grado di esasperazione da macchiare per sempre la propria anima. Minosse e Radamante ne fecero rapporto al dio dell’Inferno, Plutone. Il caso divenne scottante: si rischiava di esser tacciati di troppa credulità, accettando per buone le accuse degli uomini, o di ingiustizia, condannando i dannati e non chi li aveva spinti a tanta disperazione.
Bisognava accertarsi della natura infernale del matrimonio e, per fare ciò, occorreva un volontario che, mimetizzato da uomo, sposasse una donna, vivesse con lei dieci anni e poi tornasse a rendicontare a Plutone. Ma chi volete che scambi un inferno con un altro? Fu necessario ricorrere ad un sorteggio e la missione fu aggiudicata a Belfagor l’arcidiavolo, che, munito di centomila ducati (una vera fortuna per i tempi) fu inviato a Firenze (aveva evidentemente deciso di arricchirsi ulteriormente con l’usura. Almeno questo afferma, con il riso sulle labbra, l’anonimo autore).Nessuno sconto, per lui. Avrebbe dovuto affrontare carcere, malattia, povertà come un disgraziato qualsiasi.

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Letteratura Italiana
Pubblicato
in: Cinquecento
Belfagor l'arcidiavolo (parte I)
Una novella (assai misogina) attribuita a MachiavelliLe categorie della guida
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