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L'exordium del Paradiso (I, 1-12)

Dante fra orgoglio e umiltà


Immaginiamo l’imbarazzo e l’emozione di Dante nel dare inizio al “Paradiso”. Le fonti antiche concorrono nel sostenere che il Poeta era tanto avvezzo alla rima che spesso anche nel parlare comune utilizzava endecasillabi. Il vero problema non era tanto la strutturazione in terzine quanto l’organizzazione stessa di un argomento ambizioso e insieme indicibile.
L’ineffabilità dell’evento, dovuta a difetto di memoria e di lingua, era così un comodo escamotage per sviare critiche ed evitare addirittura appunti all’ortodossia della narrazione, in un’epoca, soprattutto, in cui le dispute dottrinarie paralizzavano le discussioni in seno alla Chiesa.
Dante si sentiva contemporaneamente davvero infinitesimale di fronte allo sfolgorare del Paradiso e tuttavia aveva la consapevolezza del suo genio, che lo sorreggeva nell’immaginare e descrivere scenari così aulici. Gigante fra gli uomini, pigmeo fra i santi, egli, dopo un minuto di raccoglimento, prese a declamare così:

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Abbiamo la fortuna di poter usufruire di un commento di eccezione, quello che Dante stesso applicò alla sua opera nella preziosa epistola a Cangrande della Scala (la cui autenticità, più volte messa in discussione, pare al momento sicura). Sappiamo così che per gloria va inteso quel divinum radium, quel raggio divino che compare diverse volte nella tradizione biblica, da cui, soprattutto nei primi canti, il poeta teme di allontanarsi. L’aristotelica idea del motore immobile si ripercuote nella perifrasi del primo verso, indispensabile per indicare Dio senza nominarne il nome invano. Come in un gioco di specchi, dunque, la luce divina illumina ciò che è più prossimo e, attraverso questo, pervade anche ciò che è più lontano. Arriva così ovunque, ma con diverse gradazioni di intensità

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende;

Una nuova perifrasi indica, nel verso 4, l’Empireo, termine greco ad indicare ciò che è in mezzo al fuoco (en = in; pyr= fuoco), non può oggetto materiale di castigo, come nell’inferno, ma simbolo di luce spirituale che trova gioia e calore nel proprio risplendere. Ci si sposta, cioè, da un senso tutto umano e materiale, proprio dell’inferno, all’astrazione paradisiaca. Si noti che il viaggio dantesco culmina nell’Empireo, che viene qui nominato in hysteron proteron proprio nell’exordium a preannunciare l’evento più spettacolare della ascesi dantesca. Traspare l’orgoglio del poeta, fermo in quell’”io” termine mediano fra il “fui” e il “vidi”.

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire
.

Questa dell’excessus mentis, dell’uscita da sé quando si è innalzati dalla gloria divina, è una prerogativa dei mistici. Il topos compare in san Paolo e si riflette in sant’Agostino e san Bernardo: mentre però la letteratura mistica si trincera nel pretesto dell’indicibilità per offrire resoconti sommari e incerti dell’esperienza transensoriale vissuta, Dante, nonostante predichi a più ripresa l’incapacità di poter ricordare ed esprimere l’emozione disumana dell’innalzamento a Dio, si sforza, però, nei fatti, con l’ausilio di paragoni e immagini, di rendere scene e sensazioni con un approccio molto più terreno dei santi che lo hanno preceduto nella descrizione del Paradiso.

Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto
.

Non tragga in inganno il “veramente”. Dante ha appena ammesso che non saprà ricostruire i momenti estatici che ha vissuto, per cui non può certo vantarsi di essere credibile. Qui, la parola ha valore di congiunzione alla maniera latina (verum= tuttavia) e non certo di avverbio. La struttura latineggiante, che continua nel partitivo “del regno santo”, prepara al riferimento tutto pagano dell’invocazione ad Apollo che subito dà seguito a questi versi di prologo

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