Mara

Dai Processi verbali di De Roberto, il dramma di una donna ingiustamente chiacchierata


La vita di paese: trionfo del chiacchiericcio, saga del pettegolezzo.
De Roberto non critica apertamente la chiusura mentale degli abitanti di un borgo, non si indigna di fronte alle costrizioni assurde che regolano la vita sociale del paese, dove tutti sanno, e se non sanno ipotizzano, congetturano, sospettano, tutto di tutti.
Lascia al silenzio delle vittime dell’ostracismo di paese il compito di svelare come la malignità possa scavare gli animi e trasformare in colpevoli gli innocenti. Mara è giovane e suo marito è in guerra. I soldi non ci sono, i figli, crescendo, aumentano le loro pretese. Con quali soldi verranno nutriti? Perché la mamma, ad onta delle sofferenze patite, è sempre carina?
De Roberto non ci racconta come nascono certe congetture, come si sviluppano alcuni sottintesi; semplicemente ci presenta una donna, Mara, e i suoi figli.

La piccina che ella teneva in braccio le strappava i capelli, rabbiosamente; e il ragazzo, con la testa avvolta in un vecchio fazzoletto e le labbra screpolate dal freddo, domandava pane, tirandola per la gonna rattoppata e scolorita.

Mara non chiede nulla per sé, se non il rispetto del marito, che, lievemente ferito e trasportato nell’ospedale del paese, ha dato credito alle voci di corridoio che le attribuivano una serie di relazioni adulterine.
Una c’è stata, lo si arguisce nel corso del racconto: fu la fame, la fame e l’amore per i figli, a gettarla per una volta fra le braccia di Vito, il limonaio (notevole la capacità di De Roberto di calare tutti, anche i personaggi marginali, nel contesto sociale in cui agiscono). Dall’indiscrezione di questi è segnata l’esistenza di Mara: il marito non vuole più riceverla, le comari del paese le fanno mobbing, non rispondendo ai suoi saluti e rivolgendole commenti irriguardosi.
Il racconto si apre e si chiude nel cortile in cui la protagonista è scesa con donna Tira, sua madre, per cercare un’ultima volta di ottenere un colloquio, a lungo negato, con il marito. L’impatto con le altre donne è traumatico:

Come Mara apparve sulla soglia, tutte le comari sedute al sole, nella corte, smisero di cicalare, voltandosi a guardarla. Erano occhiate dure, diffidenti, che l’accusavano, la perseguitavano, la scacciavano, lei e tutta la sua grama figliuolanza.
- Buon giorno, comare Vanna… Come state, comare Filippa?…
Mentre sua madre chiudeva l’uscio a chiave, ella salutava le vicine, sforzandosi di sorridere, per disarmare la collera di tutte quelle altre a cui non aveva mai fatto nulla; ma le comari la lasciavano andar via, senza rispondere, o borbottando qualche cosa che non si capiva.
- Chiudete, chiudete, donna Tina!… - esclamò soltanto quella monella di Grazia. - Potrebbero, non si sa mai, rubare le gioie di vostra figlia!…
E tutte si misero a ridere.
Donna Tina stava per replicare con una mala parola, quando Mara l’afferrò per un braccio, supplicante:
- Lasciatele stare!… Andiamo via!
Allora, come madre, figliuola e bambini furono scomparsi sotto l’androne, ognuna, nel cortile, disse la sua contro quella ciabatta che disonorava il quartiere.
- Ci vuole una bella sfacciataggine, a pretendere che suo marito la riveda, dopo la vita che ha fatta! - diceva la Sampietrese, filando.
- Mentre quel povero Pietro Tosto era soldato e buttava sangue dal petto, lei se l’è spassata con questo e con quello…
- E poi canta miserie, fa la pietosa, per intenerire i gonzi!…
Come non si sapesse - riprendeva la Sampietrese, più accanita di tutte, - che Vito il limonaio le ha speso un occhio del capo!…Egli l’aveva presa con la ciurma per la raccolta degli aranci, a Monserrato; ma che cosa gli era piaciuto in quel manico di granata, in quella faccia smunta e gialla di veleno? Solo per non sentire i continui piagnistei di quegli affamati dei marmocchi, ogni altro si sarebbe fatta la croce, evitandola come la malanova!

In questa situazione ogni sospetto è lecito e, quando una delle donne accusa il furto di un fazzoletto i sospetti divampano sulla povera donna. Anche il gesto spontaneo di chiudere la porta uscendo viene inteso come espediente per occultare la refurtiva. I commenti piovono, più pesanti di prima. E’ un attimo, è l’istinto o forse la disperazione. Mara si avvicina al pozzo e un rumore sordo annuncia al mondo che vi è caduta dentro. Non si parla espressamente di suicidio, sia chiaro, non si ricostruiscono i pensieri che hanno portato ad una deliberazione fatale; il lettore, però, sa ben ricostruire la solitudine, la rassegnazione di una donna sacrificata alle chiacchiere di un paese.
Mara non morirà subito: farà ancora in tempo ad impetrare, senza ottenerla, la presenza del marito, di quel Pietro Tosto che, veicolato dalla sua famiglia e fomentato dall’intera comunità paesana, ha condannato la moglie e ridotto alla povertà i figli per un pettegolezzo e un malinteso senso dell’onore.

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