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Dante interpretato da Chateaubriand

In un saggio su Shakespeare, parole di elogio per il Padre della letteratura italiana

La critica letteraria di oggi si basa sui fatti, mira a ricostruire apparati filologici, ad evidenziare fonti, a contestualizzare espressioni, a isolare figure retoriche, a collazionare testi.
L’ausilio dell’informatica è dirimente; ciò che si guadagna in concretezza si perde, però, in fascino. Le minuzie dell’analisi testuale spengono progressivamente l’attenzione verso l’opera complessiva di un autore, la sua poetica, la sua grandezza. Per emozionarsi, così, è bello ogni tanto sprofondare nei commenti generosi, ancorché imprecisi, dei grandi intellettuali dei secoli scorsi.
Leggevo quasi per caso, ieri, l’introduzione che Chateaubriand compilò per i capolavori shakespeariani: un riferimento a Dante mi ha colpito per l’enfasi e l’amore che traspaiono nel discorso. A stringere, poi, effettivamente non ci sono contenuti dirompenti: a sgorgare è però l’animo del commentatore, che si fa pari allo scrittore per passione e sensibilità.
Vi ripropongo qui i passi che mi hanno colpito:

“Ma Shakespeare non è, come Dante, una cometa solitaria, che attraversò le costellazioni dell’antico cielo, tornò ai piedi di Dio e gli disse come un tuono: son qui. […]Dante apparì in un tempo che può essere chiamato di tenebre. La bussola guidava appena il navigante nelle conosciute acque del Mediterraneo: né l’America, né il passaggio alle Indie, né il Capo di Buona Speranza erano stati scoperti: l’invenzione della polvere non aveva dato mutamento alle armi, né quella della stampa al mondo; la feudalità pesava sull’Europa schiava con tutto il peso della sua notte ad essa sovrastante.
Dante, venuto al mondo due secoli prima di Shakespeare, non vi trovò alcuna cosa. La società latina, spirata, aveva lasciata una lingua bella, ma di una bellezza morta; lingua inutile all’uso comune perché non esprimeva più il carattere, le idee, i costumi e i bisogni della vita novella. La necessità d’intendersi aveva fatto nascere un idioma volgare adoperato nei due lati delle Alpi meridionali, sulle due pendici dei Pirenei orientali. Dante adottò questo bastardo di Roma, che i dotti e i potenti sdegnarono di riconoscere; lo trovo vagabondo per le vie di Firenze, nutrito alla ventura da un popolo repubblicano in tutta la sua rozzezza plebea e democratica. Compartì al figlio della propria elezione la sua virilità, la sua semplicità, la sua indipendenza, la sua nobiltà, la usa malinconia, la sua sublimità santa, la sua grazia selvatica; diede l’essere al figlio del proprio genio; fabbricò egli stesso la lira che dovea rendergli suoni sì belli, simile agli astronomi che si crearono da se stessi gli strumenti con cui misurarono i cieli. L’italiano e la Divina Commedia scaturirono insieme dal suo cervello; in uno stesso tempo, l’Esule illustre aveva dotato la razza umana di una lingua ammirevole e di un poema immortale”.

Laddove i critici di oggi infagotterebbero il testo di note pressanti per attestare qualunque ascendenza dai poeti siciliani o stilnovisti, negando l’unicità per non soccombere al genio, Chateaubriand, con la sua prosa immaginifica, così diversa dal linguaggio settoriale di oggi, sa trasmettere suggestioni e non solo conoscenze.

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