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Jeli il pastore: la storia (parte I)

Un famoso racconto verista di Giovanni Verga

Un’amicizia vera lega due ragazzini di diversa estrazione sociale: Jeli fa il pastore, è piccolo e malvestito, ma conosce i segreti della natura e con il suo argento vivo coinvolge don Alfonso, di famiglia nobile, che segretamente ne invidia la libertà. Insieme, è gradevole ogni periodo dell’anno e le loro giornate sono scandite dal suono dello zufolo di Jeli.
E’ proprio un bravo ragazzo: pastore accorto, sarto d’eccellenza, amico stimato e benvoluto dalla popolazione. Nonostante un’infanzia trascurata (gli muore presto la madre e il padre è sempre lontano, a pascolare fra campi malarici da cui contrarrà la malattia che lo porterà alla morte), assolve bene ai suoi doveri di pastore di cavalli, sviluppando empatia con le bestie (emblematica la compassione per il puledro orfano col quale si identifica) e dandosi a mille lavoretti per affinare la sua già considerevole manualità.
Affascinato dagli arcani dell’alfabeto, di cui don Alfonso si fa paladino, Jeli, apparentemente indifferente alle stranezze della vita cittadina, assiste stupefatto (“con un sorriso furbo”) agli studi dell’amico. Ben presto, comincia a farsi scrivere biglietti d’amore. Si è infatti invaghito di Mara, figlia di un campiere e quindi di classe sociale superiore alla sua. Diverse pagine sono dedicate ai loro passatempi innocenti, a contatto con la natura, di cui Jeli è interprete e Mara coprotagonista.
Il periodo dei giochi si interrompe bruscamente quando Jeli è chiamato al capezzale del padre, che si spegnerà dopo lunga e penosa malattia. Il figlio ne eredita il lavoro e si trasferisce in quegli stessi campi malarici: i suoi pensieri convergono su Mara, che nel frattempo si è trasferita in un altro paese e si è fidanzata a sua insaputa.

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