1° aprile 1162, la domenica delle Palme. Federico Barbarossa distruggeva Milano. Secondo le direttive imperiali, al suo posto sarebbero dovute sorgere quattro new towns ,(Vigentino, Noceto, San Siro e Carrara). Niente centro: senza poli di aggregazione non c’è popolo, ma “un volgo disperso che nome non ha”.
6 aprile 2009, la domenica delle Palme aveva lasciato posto al lunedì solo da tre ore e trentadue minuti. Un terremoto disastroso distruggeva L’Aquila. Secondo le direttive governative, al suo posto dovrebbero sorgere diciannove new towns o quartieri o gruppi di C.A.S.E. Niente centro: troppo ingenti i danni per organizzare una ricostruzione.
La litania di umiliazioni e suppliche che non salvò i milanesi dalla catastrofe si ripete, ex post, a L’Aquila, in cui confluiscono richieste disperate di reperire una casa qual che sia per l’inverno. Le suppliche non servirono allora, le richieste non saranno soddisfatte ora. Come i milanesi seppero trovare nella propria disperazione la forza per combattere e ricostruire, così, mi auguro, anche noi, contando sul nostro orgoglio e non sulla carità degli altri, sapremo rinverdire una delle zone più belle d’Italia. Ci siano di monito le ultime strofe de “Il Parlamento” di Carducci: se dove si scrive Milano si legge L’Aquila e dove si rivendica vendetta contro il Barbarossa si intende coraggio per tornare e ricostruire, ecco, il dolore di quei giorni sarà linfa per una città rinata. Questa sarà la “buona novella” che il più anziano degli anziani aquilani dovrà portare ai nostri morti.
Ecco Carducci:
XI.
«Vi sovvien» dice Alberto di Giussano
«La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passïon di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti.»
Anche noi dai colli della periferia sentimmo rumori, vedemmo polveri, capimmo che il centro franava e che quelle case stavano diventando tombe per troppi concittadini.
XII.
Cosí dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
Urlavano - Uccidete il Barbarossa -.XIII.
«Or ecco,» dice Alberto di Giussano,
«Ecco, io non piango piú. Venne il dí nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman la sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io!» Ma il popol dice:
«Fia meglio i messi imperïali.» Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

Benedetta Colella








