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La vita che volevo

L'ultimo libro di Lorenzo Licalzi

L’ultimo davvero.
Almeno per un bel po’ di tempo, Licalzi non scriverà più. Vuole riappropriarsi della sua vita, senza essere fagocitato dall’enfasi della scrittura. I suoi lettori (ed io su tutti) sono disperati: un suo libro è un antidoto contro il taedium vitae, una immersione sempre divertente e insieme profonda verso le contraddizioni della vita umana.

“La vita che volevo”, l’ultima fatica, è spettacolare: è una somma di racconti, cadenzati in maniera assolutamente non casuale, alla ricerca del caos, del caso, del destino, della fatalità nell’agire umano.
Secondo alcuni filosofi, esistono una serie di pianeti paralleli in cui i nostri alter ego vivono vite diverse dalle nostre solo perché hanno operato una o due scelte diverse fra le mille che ci si offrono ogni giorno. Lascia sbigottiti riflettere come incontri importanti possano essere sfiorati, dispersi per un autobus perso o per un ritardo di qualche secondo.

Licalzi è impietoso in questo: attraverso i suoi racconti, ci porta a chiederci quanto le nostre scelte siano state frutto di razionalità e quanto di casualità, perché in ogni cuore ci sia sempre un briciolo di nostalgia o di rimpianto, come le azioni più aberranti nascano da eventi apparentemente insignificanti.
Queste considerazioni non banali emergono, però, da racconti brillanti, raccontati con la levità e il piglio del narratore di razza, che sa usare le parole così che diventino musica, oltre che significato.
Il grande assente è il Dio onnisciente della tradizione classica, con cui Licalzi si confronta senza addivenire a conclusioni certe.

Dov’è la libertà dell’uomo? Come si concilia con la casualità del caos o con il regore di un destino predeterminato e imperscrutabile? Questa è la suggestiva risposta dell’autore:

“Come una partita a flipper, ecco cos’è la vita secondo me: un luminosissimo flipper pieno di lucette e campanelli, dove la pallina segue spesso tracciati imprevedibili, e può essere pure che vada dritta in bica senza poter farci niente, ma se il giocatore è concentrato e abile, e non ha proprio una sfiga terribile, fa quasi sempre puntegi alti, riuscendo perfino a controllare l’indeterminatezza dei rimbalzi casuali della pallina”.

E come un giocatore provetto, Licalzi vuole ora trovare se stesso, concedersi otium cercando di capire il mondo, senza dover per forza plasmarlo con la scrittura. Speriamo che ci ripensi!

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