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“Er commercio libbero”

Belli dà voce ad una prostituta romana

Le prostitute sono personaggi topici nella letteratura: a seconda delle convinzioni etiche e sociali degli autori sono rappresentate ora come piaghe della società, altre come avide megere, altre ancora come donne generose e gentili, costrette all’emarginazione dall’ipocrisia sociale.
Belli non esprime opinioni nel presentarci una meretrice di quartiere, un po’ coatta, un po’ aggressiva, arguta e compiacente nell’esprimere le sue rimostranze. Diverte, all’inizio, questo monologo arguto reso più gradevole dalla precisione metrica.
Sfrontata e aggressiva, la prostituta si presenta tale per accumulo (“sono puttana”, “vendo la mia pelle” “faccio la mignotta”, con significativo spostamento semantico fra l’essere e l’operare), non esimendosi dal linguaggio più volgare e triviale.

« Bbe’! Ssò pputtana, venno la mi’ pelle:
fo la miggnotta, sí, sto ar cancelletto:
lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto:
c’è ggnent’antro da dí? Che ccose bbelle!

Trionfa subito dopo il senso pratico della donna che, irridendo il suo insulso e fittizio interlocutore (“sor cazzetto”), dimostra di aver così risolto i problemi economici che invece sussistevano, e pressanti, quando era ancora donna onesta fra le altre.

Ma cce sò stat’io puro, sor cazzetto,
zitella com’e ttutte le zitelle:
e mmó nun c’è cchi avanzi bajocchelle
su la lana e la pajja der mi’ letto
.

Quali sono i limiti di questa professione? Non certamente il lavoro, che è rapido e sicuro e certe volte, con certi clienti, può anche appassionare (e in questo tocco di superficialità, Belli si riconosce uomo del suo tempo)

Sai de che mme laggn’io? nò dder mestiere,
che ssaría bbell’e bbono, e cquanno bbutta
nun pò ttrovasse ar monno antro piascere
.

Il vero problema ( ed ecco la chiusa ad effetto di cui Belli è maestro) sussiste per la concorrenza sleale delle donne oneste che non si espongono apertamente, non “stanno al cancelletto” come lei, ma si comportano con gli uomini allo stesso modo e per gli stessi fini.

Ma de ste dame che stanno anniscoste
me laggno, che, vvedenno cuanto frutta
lo scortico, sciarrubbeno le poste

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