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Un nome: la vita di Enrica Calabresi, ebrea fiorentina, ai tempi dell'Olocausto

Una toccante biografia di Paolo Ciampi


Non abbiamo un cuore tanto grande da accogliere il lutto di centomila, diecimila, mille, anche cento morti: le stragi vengono archiviate facilmente dietro un compianto superficiale. Alla tragedia ebraica durante la seconda guerra mondiale sono state dedicate pagine e pagine, spesso toccanti, e sembra che ci sia ancora poco da aggiungere.
Su questa premessa Paolo Ciampi, nella sua bellissima biografia “Un nome”, dà alito e voce ad una delle troppe vittime dell’Olocausto: Enrica Calabresi, ebrea fiorentina. È una scelta quanto mai azzeccata: la vita della donna non è di quelle spericolate, costellate di atti di eroismo o di vigliaccheria eclatanti. Non è nemmeno un’esistenza grigia, totalmente anonima e dimenticabile. È la storia di una donna che ha studiato in un periodo in cui l’analfabetismo femminile toccava vertici inimmaginabili, di una professoressa che ha trasmesso ai suoi alunni la passione per le scienze senza lezioni magistrali, quasi per osmosi, di una studiosa che ha saputo coltivare l’amore per la scienza anche dopo essere stata allontanata dall’università per le inique leggi razziali.
Onestà umana, intellettuale, professionale: è questa la chiave di lettura della vita di Enrica Calabresi, spesa fra Firenze e Gallo Bolognese, fra scuola, famiglia e ricerca. Solo la tirannia della storia può strappare questa esistenza utile e silenziosa alla sua tranquilla routine e farne un emblema della sofferenza ebraica (e quindi umana). Proprio così, quando la vita è travolta, violata, schiacciata da barbarica violenza, sorge l’eroismo in molti cuore: quello di Enrica Calabresi sta nella resistenza passiva alla barbarie. È epurata dall’Università? Insegnerà alla scuola ebraica, con lo stesso zelo e l’identica passione. È accusata per la sua razza? Riscopre l’ebraismo di cui fin da fanciulla non aveva avuto pratica alcuna.
Anche l’epilogo è emblematico: la Calabresi non lascerà che sia la barbarie tedesca a decidere il momento della sua morte. La natura per lei non aveva segreti, sapeva ricavare veleno da ogni elemento della natura e così fece. Grattò la capocchia rossa dei fiammiferi, piena di fosfuro di zinco. Ottenne così un potente veleno. Con questo, si tolse la vita prima di venire deportata ad Auschwitz il 20 gennaio 1944.
Ciampi, attraverso la biografia della professoressa Calabresi, tratteggia mirabilmente l’atmosfera, i sentimenti, i rigurgiti barbarici dell’epoca e smuove nel lettore quella santa indignazione indispensabile perché simili orrori non debbano più ripetersi

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