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Le vene aperte dell'America Latina

a trent'anni di distanza il libro di Eduardo Galeano ha ancora molto da dire

Questo libro, scritto nel lontano 1971, ancora prima delle dittature di Pinochet e Videla, fruttò all’uruguagio Eduardo Galeano la notorietà internazionale, ma gli procurò anche un sacco di guai. Dopo il golpe nel suo paese, dovette fuggire prima in Argentina, poi, quando con Jorge Videla, la dittatura giunse pure lì, trovò rifugio in Spagna.

Ma cosa aveva scritto di così terribile, da essere messo sulle liste nere dei vari regimi ? Semplicemente, in “Le vene aperte dell’America Latina” aveva descritto con passione e idealismo, ma anche tanto rigore di documenti, il processo di spoliazione e sfruttamento dell’America Latina: da parte dei conquistadores, prima, e poi da parte delle industrie europee e nordamericane. “Così lontani da Dio e così vicini agli Stati Uniti”, dice un detto messicano; e, in effetti, il paese a stelle e strisce ha sempre considerato la parte sud del suo emisfero come il “cortile di casa”, stroncando sul nascere qualsiasi forma di indipendenza o autodeterminazione minacciasse di attecchire, di fatto oltre che nome, negli Stati latino-americani.

Prima degli Usa, furono le potenze coloniali, l’Inghilterra in testa, a tenere la regione nel suo sottosviluppo. Quando non furono le truppe straniere a intervenire direttamente, ci pensarono gli stessi Stati sudamericani a schierarsi l’uno contro l’altro, come dimostra la guerra ottocentesca che la cosidetta Triplice Alleanza - Brasile, Argentina ed Uruguay - mosse al Paraguay, unico Stato della regione, all’epoca, a vantare uno sviluppo industriale e un’alfabetizzazione capillare, successi ottenuti grazie anche ad una politica protezionistica che andava contro gli interessi dei mercanti inglesi. I quali finanziarono la guerra e, quando il Paraguay fu ridotto a un mucchietto di macerie, vennero a riscuotere il conto dai vincitori.

Cambiano i nomi, cambiano le facce, sembra dire Galeano, ma alla fine nulla cambia; gli emissari del Fondo Monetario Internazionale impongono le loro politiche liberistiche che aggravano la già drammatica situazione di questi Paesi; la schiavitù per debiti ancora esiste spesso e volentieri, anche se è ufficialmente fuorilegge; le industrie locali devono dipendere mani e piedi dalle innovazioni tecnologiche provenienti dall’estero. Di tutta la ricchezza prodotta dai minerali e dalle materie prime di cui è piena la regione, alla stragrande maggioranza della popolazione, resta in mano poco più di niente. L’analisi di Galeano trovò una terribile conferma due anni dopo l’uscita del libro, con il rovesciamento, pilotato da Washington, del governo cileno democraticamente eletto di Salvador Allende.

Certo, da allora, alcune cose sono cambiate: l’Unione Sovietica è caduta e la Rivoluzione cubana ha mostrato i suoi limiti, Pinochet forse andrà sotto processo e Lula ha vinto in Brasile; ma l’America Latina resta per la maggior parte un continente desaparecido, in cui milioni di persone vivono nella miseria più atroce, di fronte a pochi che sguazzano nel lusso più sfrenato; e, in questo senso, il libro di Galeano rimane purtroppo drammaticamente attuale.


Federico Guerrini