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Il realismo magico di Garcìa Marquez in Cent'anni di solitudine

dalla guida al Giallo e Noir di Sabina Marchesi, riceviamo e volentieri pubblichiamo...

Vincitore nel 1982 di un premio Nobel, Cent’Anni di Solitudine è un’opera imponente, da leggere in doppia chiave. Da una parte rispecchia lo spaccato di vita sociale dei paesi sudamericani soffocati ed arretrati a causa del loro lungo isolamento dal resto del mondo, da qui anche i Cento Anni di Solitudine, dall’altro il realismo magico della più grande saga familiare di tutti i tempi, che attraversa l’arco di ben sei generazioni.

Così abbiamo un affresco storico del mondo latino-americano, devastato, piegato e assoggettato alla lunga dominazione imperialistica dei paesi tecnologicamente avanzati e il mondo fiabesco, quasi incantato, di Macondo, paese irreale e immaginario. Mentre non ci è difficile comprendere la realtà storica di paesi che, come l’Italia, hanno in un passato più o meno recente subito per secoli invasioni, dominazioni, sanguinose guerre civili, devastanti oppressioni e dittature, sprofondando nell’arretratezza e nel sottosviluppo economico, rimaniamo invece perplessi e meravigliati dall’altro mondo irrealmente magico che ci viene presentato. Attraverso la narrazione delle mitologie familiari, mescolando realtà e leggenda, verità e fiaba, il libro svolge la storia familiare della stirpe dei Buendia nell’arco di sei generazioni, sullo sfondo dell’immaginario ma emblematico paese di Macondo, a mezza strada tra mito e leggenda, dando vita a una saga fantastica e paradossale che tiene avvinto anche il lettore più distratto.

Le superstizioni e le paure di questa gente ci sono particolarmente familiari: chi di noi non ha mai ascoltato nella sua infanzia la storia di una qualche maledizione che ha colpito una determinata famiglia in un piccolo paesino, magari a causa di un comportamento di un certo antenato che sconfinava dalle regole normalmente imposte dalle convenzioni sociali? E dunque non possiamo non sorridere al pensiero che tutta la stirpe dei Buendia è terribilmente preoccupata che qualcuno di loro possa generare un figlio con la coda di maiale, come minaccia la maledizione, proprio a causa di un matrimonio tra consanguinei contratto a suo tempo dal glorioso capostipite della famiglia.

In questa intricata narrazione sempre a mezza strada tra l’onirico e il concreto, non sappiamo mai bene se i luoghi che ci vengono descritti siano davvero reali, o non siano piuttosto sospesi in una dimensione fantastica,di modo che il personalissimo stile coniato da questo incredibile scrittore, che con particolare esuberanza e creatività sa fondere simbolismo, mitologia e realtà, diventa leggenda esso stesso, conducendoci per la prima volta in un mondo di falsi piani in cui il complesso gioco di cronologie alternate e il sapiente miscuglio di denuncia storica e sociale con aspetti allegorici e grotteschi si fondono con insuperabile maestria.

Molti hanno voluto vedere in questo romanzo una sorta di parabola in cui si raffigura la condizione della stirpe umana condannata per sempre alla totale incapacità di conciliare tradizione e modernità, e qui troviamo di nuovo un’altra chiave di lettura per i Cento Anni di Solitudine del titolo. Questo ci dice che il testo, come una vera favola, può essere interpretato in molteplici modi, a seconda degli occhi di chi legge, dimostrandoci dunque la sua piena attualità e il suo valore letterario, capace di lanciare un messaggio che va al di là delle sue connotazioni storico-geografiche. Diceva Mallarmè che il mondo esiste solo allo scopo di essere narrato, e dentro le pagine magiche di questa opera tale affermazione sembra essere incredibilmente vera, mentre vediamo i personaggi della famiglia nascere e morire, e dilatare la loro stessa vita oltre ogni limite temporale consentito, dotati di poteri paranormali, riproponendo in ogni generazione le medesime figure in una ripetizione senza fine di caratteri e di nomi, , con la capostipite di età indefinibile che ci accompagna per quasi tutta la storia, contro ogni legge della natura.

Leggere Cent’anni di Solitudine mi riporta alla mente qualcuna di quelle filastrocche che ci narravano da bambini, tipo a Camogli viveva un uomo che aveva sette mogli e ogni moglie aveva sette sacchi e in ogni sacco c’erano sette gatte, e quest’opera è proprio così, una ripetizione continua di fatti e di eventi, al di sopra di ogni logica comune, che però ci viene narrata con tanta tranquilla disinvoltura da farci apparire ogni meraviglia naturale. Uno stile tumultuoso, permeato dai toni della follia, ha conferito a questo testo il privilegio di divenire il capostipite del realismo-fantastico, genere oramai universalmente apprezzato. La struttura narrativa è ardimentosa, il linguaggio potente e suggestivo, gli sviluppi fabulatori sono invidiabili e geniali, tutto in questo libro è superlativo, magico, illogico e improponibile al tempo stesso, ma proprio per questo indefinibilmente unico. E terribilmente convincente.

Non mancano però i detrattori che si rifiutano di considerarlo un capolavoro, ma tutt’al più un piccolo gioco di prestigio ben riuscito. Per tutti gi increduli vi lascio con la descrizione di uno dei personaggi principali, il Colonnello Aureliano: