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Osvaldo Soriano, rabbia e tenerezza

la vita dello scrittore argentino più famoso degli ultimi decenni

Osvaldo Soriano naque a Mar de la Plata, nel gennaio del 1943. Da giovane era stato un promessa del foot-ball argentino, ma, in seguito ad un incidente, dovette abbandonare l’attività e diventare giornalista sportivo (e poi anche politico).

Nel 1973 pubblicò il suo primo romanzo, “Triste, solitario y final”, uno strano pastiche poliziesco che vedeva protagonisti lo stesso Soriano e un redivivo Philip Marlowe, che fu tradotto in dodici lingue. Dopo il golpe del 1976 in Argentina, Soriano si trasferì prima in Belgio e poi a Parigi, dove rimase fino al 1984, anno in cui tornò a Buenos Aires. Nel 1983 era uscito in Argentina “Mai più pene ne oblìo” (“No habra mas penas ni olvido”), trasposto cinematograficamente da Héctor Olivera, film che vinse l’Orso d’argento al Festival di Berlino.

Sempre nel 1983, il suo romanzo “Quartieri d’inverno”, che in Italia era stato pubblicato da Einaudi già nel 1979 ed era stato eletto migliore opera straniera nel 1981, ebbe, soltanto in Argentina, dodici edizioni. Nel 1984 uscì “Artisti, pazzi e criminali”; nel 1988 “Ribelli, sognatori e fuggitivi”, due raccolte di racconti nei quali el gordo (grasso) Soriano, come era affettuosamente soprannominato, riesuma i propri miti personali da Che Guevara a Stanlio e Olio a Gardel e rievoca, colorandola come al solito della propria particolare rabbiosa tenerezza, Buenos Aires e Los Angeles, personaggi famosi o famigerati e illustri sconosciuti.

Nel 1988 pubblica pure “La resa del leone” (ma il titolo originale: “A sus plantas rendido un leòn” è molto più evocativo), storia di un improbabile e farsesco golpe in uno Stato africano. Nel 1991 esce “Un’ombra ben presto sarai”, un romanzo on the road, nella polvere della pampa, tra acrobati obesi, banchieri in fuga che si giocano l’ultima chance, soldati senza armi, eccentrici imprenditori e focose cartomanti che vedono troppo lontano. Un misto di humour e malinconia, dal quale il solito Olivera trasse nel 1994 l’omonimo film.

Nel frattempo il prestigio del gordo, che continuava anche a fare il giornalista, fra gli altri per il periodico Pagina/12 e per “Il Manifesto”, cresceva sempre più. Ad alcuni l’uomo dava fastidio, pareva anacronistico come la sua adesione al socialismo o l’appoggio alle Madri di Plaza de Mayo, ma era tutta invidia; un paio di anni prima della morte giunse anche il successo economico: cambiò editore per un compenso quasi calcistico, si parlò di mezzo milione di dollari.

Del 1996 è “L’ora senz’ombra”, da molti considerato il suo romanzo migliore, il racconto del viaggio di uno scrittore per la provincia argentina, accompagnato dall’inseparabile Macintosh e da una resuscitata automobile autarchica degli anni Sessanta.
Un posto a parte occupano i libri di racconti dedicati al mondo del calcio, sua antica passione: “Fùtbol”, postumo del 1998, e “Pensare con i piedi” uscito nel 1995.

Il suo ultimo progetto era quello di scrivere un romanzo su Gardel, ma un cancro al polmone se lo portò via, il 29 gennaio 1997;

lasciò scritto: “Non abbiate pietà di me: la memoria, se vorace e violenta, è una materia squisita”.