
Il mondo alla fine del mondo è uno dei primi romanzi di Luis Sepùlveda, quelli più legati al suo impegno ecologista (da ex membro degli equipaggi di Greenpeace) e all’esaltazione dei paesaggi infiniti e primordiali della sua terra, in particolare la Terra del Fuoco cilena.
È evidente il debito verso l’opera e l’esempio di Francisco Coloane, uno degli idoli di Sepùlveda, che di queste terre e di questa gente ha parlato in numerosi libri, da “L’ultimo mozzo della Baquedano” a “Terra del fuoco”. Il libro di Sepùlveda, prende le mosse da un evento già accaduto: l’avaria della baleniera giapponese Nishin Maru, ormeggiata per riparazioni, con vari danni allo scafo e 18 marinai dispersi, nel porto cileno di Puerto Montt.
Una baleniera fantasma, fra l’altro, perché secondo i dati ufficiali, il Nishin Maru dovrebbe essere stato già smantellato dai rottamai diTimor Est. La Nishin Maru però è lì, probabilmente per dare la caccia alle balene pilota o “Calderòn”, clandestinamente perché la caccia alle balene è stata proibita.
Qualcosa deve essere andato storto, ma le autorità cilene hanno decretato la censura informativa e l’unica corrispondente di Greenpeace in loco, la giovane Sarita Diaz, che aveva preso delle foto, viene malmenata da sconosciuti. L’unica soluzione per l’autore/narratore, è partire dalla sede di Amburgo e recarsi sul posto, a incontrare un misterioso personaggio che li ha contattati telefonicamente dicendo di essere in grado di dare informazioni su quanto successo.
Il viaggio dalla Germania al Cile è anche l’occasione per dei flashback sull’infanzia del narratore, dedicata a inseguire il mito di Moby Dick.
Nella lettura scopriamo anche il destino degli abitanti autoctoni di quelle parti del mondo: gli Ona, gli Alakuf ormai quasi estinti da un genocidio, fino all’epico, sorprendente e memorabile finale.
Uno dei migliori libri del cileno, costruito sapientemente con un linguaggio scarno essenziale ed efficace, come gli uomini di quel Sud del mondo.
Federico Guerrini

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