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La frontiera scomparsa

di Luis Sepùlveda

“Un tempo era così facile andare nel paese della felicità. Non era su nessuna cartina, ma sapevamo tutti come arrivarci. C’erano unicorni e boschi di marijuana. Adesso la frontiera è scomparsa”.

Così afferma uno dei personaggi di questo libro di Sepùlveda, una compagna occasionale che aveva cercato di amare, ma facendolo male, perché anche i corpi erano intrisi di quella paura che ti paralizza, che ti fa sentire osservato anche quando non c’è nessuno.

La paura di una generazione che aveva vissuto qualche anno di grandi entusiasmi, quando si pensava davvero che le condizioni dei poveri del’America Latina potessero migliorare, quando Allende, salito democraticamente al potere in Cile, cominciò ad attuare una riforma agraria. Momenti spazzati via dai golpe, in Cile, in Argentina, in Brasile.

Quando “nella paura di annidava il sinistro uccello della delazione”. Sepùlveda rievoca in questo libro, per la prima volta il momento dell’esilio (con un commosso omaggio al padre che lo saluta a pugno chiuso, rischiando grosso anche lui), delle torture, ma senza mai indugiare sugli aspetti terribili e valorizzando anzi i momenti quasi divertenti – un tenente finocchio che voleva da lui apprezzamenti sulle sue poesie, che erano scopiazzate di sana pianta; una gallina diventata la mascotte dei detenuti e soprannominata Dulcinea.

Il cileno fu liberato grazie ad Amnesty International, ma molti dei suoi compagni di prigione furono assassinati. Arrivavano torturatori statunitensi a insegnare ai militari locali, brasiliani, uomini del Mossad. È per lui un motivo d’orgoglio sapere che non dimentica, né perdona i loro carnefici.

Uscito di galera, continua l’esilio, facendo vari lavori, l’insegnante, il segretario privato, fino a tornare un giorno sulle tracce del nonno venuto dalla Spagna, da Martos, nelle Asturie, fino in Cile. E proprio nelle Asturie, dopo tanto vagabondare, adesso vive anche il nipote.

Federico Guerrini