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Sepulveda, proprio una sporca storia.

l'ultimo, rabbioso libro del cileno.

Un paio di giorni fa, a proposito della visita del signor Aznar negli Stati Uniti, la stampa ha dato notizia della presenza di quattro cittadini spagnoli fra le migliala - non si sa ne quanti siano, ne dove siano - di cittadini stranieri arrestati per determinare responsabilità o complicità con gli autori degli attentati terroristici alle torri gemelle e al Pentagono. Bush è un furbo texano che, annunciando con il contagocce la prima guerra del secolo, ha chiesto ai governanti europei: «Appoggiate questa guerra con o senza fattura?» La fattura si chiama rispetto della Convenzione di Ginevra, sicurezza per la popolazione civile, un impegno esplicito a non bombardare obiettivi civili, garanzie di rispetto illimitato dei diritti umani di tutte le parti coinvolte e, nel caso dei paesi alleati, il pieno esercizio del diritto di informare e di essere informati. Ma i governanti europei si sono messi lo stuzzicadenti della furbizia in bocca e hanno risposto: «Senza fattura».

Queste frasi ben rapprensentano lo spirito che anima l’ultimo libro di Luis Sepulveda, “Una sporca storia”, una raccolta di annotazioni, spunti e impressioni prese sui suoi amati, al pari di Chatwin, taccuini Moleskine, fra il gennaio 2002 e il marzo 2004. Rievoca alcuni amici scomparsi, come Manuel Montalbàn o Fransisco Coloane, ricorda le molte ingiustizie commesse in questi ultimi tempi, sia sul piano del diritto internazionale, che su quello della censura informativa, che semplicemente su quello del buon senso.

Chi leggerà queste pagine cercandovi i guizzi poetici e narrativi de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” o “Il mondo alla fine del mondo”, resterà deluso: troppo forte è l’urgenza della testimonianza, troppo drammatico e pressante nella sua sporca crudezza il momento, per indulgere a romanticismi. E questo ci da già il senso di una perdita: se l’artista non riesce più a volare con l’immaginazione sopra le cose, vuol dire che il peso della realtà si è fatto quasi insostenibile.

A me personalmente il libro ha dato un senso di angoscia. Non perché dica cose non vere: anzi, molte sono cose che sono già state dette e confermate più volte dai fatti; ma perché più chiaro e deciso di così non si può dire. E se i popoli dicono no alla guerra e i governanti se ne fregano, se le istituzioni della democrazia rappresentativa e la magia delle parole non possono più cambiare il corso delle cose, allora, cosa possiamo fare ?

Federico Guerrini


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