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La morte di Artemio Cruz, di Carlos Fuentes

Uno dei capisaldi della letteratura sudamericana.

La morte di Artemio Cruz, di Carlos Fuentes, è uno dei capisaldi della letteratura latino-americana del secolo scorso. A settantun anni, colto da un grave malore e costretto a letto, sentendo avvicinarsi la morte, Artemio traccia un bilancio della sua vita, e del tragitto che lo ha portato, da giovane rivoluzionario, ad essere uno degli uomini più potenti e temuti del Messico. Un uomo che non si è fermato dinanzi a nulla: davanti alla vigliaccheria, al tradimento ai compromessi; tutto pur di sopravvivere e diventare qualcuno. Nel conto dei guadagni e delle perdite, qualcosa però non torna, a cominciare dalla morte dell’unico figlio Lorenzo, strappato da Artemio alla madre-chioccia per fare di lui un uomo.
Riuscito in tutto fuorché nell’amore, verrebbe da dire di Artemio, che si distingue però dagli ipocriti che lo circondano per non aver mai mascherato la sua ferocia e la sua brama di possesso. Il libro, del 1962, vede nel ruolo del narratore lo stesso Artemio, che ricorda come fanno i vecchi, a balzi in avanti e indietro, a tratti ripetendosi, a tratti cercando nella memoria quel nome che non ne vuole proprio sapere di venire fuori. Il filo dei pensieri diventa quasi uno stream of consciousness, in un gioco di incastri e flashback che Fuentes aveva già inziato a sperimentare in “La regione più trasparente” del 1958. Ne viene fuori un romanzo avvincente e spietato sul Messico sul suo popolo diviso fra i peones di sempre, gli ex aristocratici decaduti e riciclatisi dopola guerra civile e i nuovi ricchi, che si fanno strada con le unghie e coi denti, seminando di morte e dolore la strada al loro passaggio.

Federico Guerrini