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Il venditore di assicurazioni, seconda parte.

di Rubem Fonseca

Parlò al citofono che c’era sul portone, la porta si aprì e questi entrò.
Il palazzo non aveva custode. Mi accesi un altro sigaro. Aspettai una mezz’ora, fumai otto sigari aspettando che il barbuto uscisse. Una taxi si fermò alla porta dell’edificio e poco dopo il grasso e il barbuto uscirono insieme e salirono sul taxi. Io non avrei perso tempo a seguire i due, non mi interessava quel che facevano. Tornai verso casa.

Prima di entrare spensi il cellulare. Renata stava guardando la televisione.

Sono tornato presto. Ordiniamo una cena dal cinese ?

Va bene.

Non mi sembri molto entusiasta. Non ti piace la cucina cinese. Confessa.

Confesso che non amo la cucina cinese.

A te piace solo il baccalà.

Ti prendi gioco di me ?

Più o meno. Com’era la sfilata di moda ?

Alcune modelle sfilano con il culo di fuori. Cosa ne pensi ?

Non conosco donne eleganti.

Continui a prendermi in giro. Nell’ufficio della compagnia di assicurazioni non vedrai certo donne che sfilano con il culo di fuori.

E dove succede ?

Nei posti chic. Posti dove nessuno gira con un revolver sotto l’ascella, come te.

Non è un revolver, è una pistola. Mi sento più sicuro con lei. Già mi vedo, sto vendendo un assicurazione in una gioielleria e appare un rapinatore ?

Se appare, cosa faresti ?

Non so, non è mai successo.

E sei andato a vendere assicurazioni in una gioielleria oggi ?

No.

Ma hai preso il revolver.

È diventata un’abitudine. È una pistola.

Per me è tutta la stessa cosa. Chiamo il cinese.

Mangiammo la cena del cinese. Renata continuò a guardare la televisione. Io andai a coricarmi. Prima mi fumai un sigaro nel tinello, Renata non mi lasciava fumare in nessun altro luogo della casa. Più tardi entrò nella stanza, si tolse i vestiti. La mia vita è così sciatta, disse, meno male almeno che non fai mai cilecca.
Non era merito mio. Con Renata nessuno avrebbe fatto cilecca.

Per una settimana restai a osservare il grasso che arrivava in taxi, e il barbuto era sempre con lui. Non li vidi mai conversare. Poi faceva la sua comparsa il porta-pizze. Il grasso era ogni giorno più grasso, ma l’altro tizio sembrava diventare più magro, vai a vedere che non gli piaceva la pizza. Un giorno restai tutta la notte nelle vicinanze dell’appartamento del grasso, i sigari finivano e io restavo lì, aspettando che il barbuto uscisse, ma non uscì.. allora iniziai ad arrivare lì di mattina. Il barbuto usciva verso le sette del mattino, usava sempre una blusa larga, buona per nascondere l’artiglieria, aveva la faccia da sbirro, doveva prendere servizio al comando di mattina. Il grasso usciva solo la sera.

Arrivai a casa e trovai un biglietto di Renata. Per me è finita, sono andata a casa di mia madre. Il buffo è che lei mi aveva sempre detto di non avere madre. Si era portata le tre valigie coi suoi vestiti, del resto non aveva molte altre cose da portarsi, comprava soltanto vestiti. Questo problema doveva aspettare, avevo un altro problema da risolvere, prima. Presi il telefono e ordinai la cena al cinese, non so bene perché. Credo che volessi essere pronto a tutto, e il migliori modo per esserlo è mangiare male.

Il mio cliente abitava al quarto piano. Il corridoio era deserto. Estrassi il silenziatore dalla borsa e lo adattai alla canna della pistola. La serratura della porta poteva essere aperta anche da un dilettante. Entrai. Il mediatore mi aveva fornito la pianta dell’appartamento. Non udii nessun rumore, non ne feci nessuno. Nessuno in salotto, nemmeno in cucina. Andai verso le camere, i letti erano disfatti ma non c’era nessun segno del cliente.
La porta del bagno era socchiusa.

Aprii lentamente la porta del bagno con la canna del silenziatore.

Il mio cliente era disteso nella vasca, con l’acqua fino alle ascelle.
Mi vide quando entrai, ed emise un sospiro. Io avrei dovuto sparare subito, ma non sparai.

Stai per perdere il treno, mi disse lui, con cadenza da portoghese.
Cominciò a estrarre un braccio fuori dall’acqua.

Adagio, dissi, puntangli la pistola alla testa.

Lui mi mostrò il polso, scorreva sangue. L’acqua non era molto rossa. Una lametta brillava sulle piastrelle del pavimento. Mi sedetti sulla panca al lato della vasca.

Mostrami l’altro braccio, ordinai.

Aveva pure l’altro polso tagliato.

Mi tolsi i guanti e uscii. Scesi con l’ascensor, pensando. Quando arrivai al piano terra, premetti il bottone del quarto piano. Entrai nuovamente nell’appartamento del cliente.

Lui vide quando entrai in bagno.

Di ritorno ?

Quanto tempo ci mette ? chiesi.

Non so. Ma non fa male.

Mi misi i guanti, andai in salotto, presi l’arma del cliente e tornai in bagno.

Non mi guardare, gli dissi.

Il 22 non fa molto fracasso. Gli sparai in testa. Un’altra notte senza dormire.

Lasciai il revolver sul pavimento del bagno, a fianco della lametta.

Chiamai dall’auto il mediatore.

Ho fatto il lavoro.

Faccio il deposito oggi, disse il mediatore, e agganciò.

Mi piace fare il bagno nella vasca, leggere il giornale sdraiato nell’acqua calda. Ma non mi feci il bagno. Entrai solo per urinare.

Non pranzai. Un’altra notte senza dormire. Sarebbe bello che Renata fosse qui con me.

Tradotto da: http://www.releituras.com/rfonseca_vendedor.asp

Traduzione: Federico Guerrini

Testo estratto dal libro “A Confraria dos Espadas”, Companhia das Letras - São Paulo, 1998, pág.43.