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Del racconto breve e dintorni - parte terza

di Julio Cortazar

E se si domanda:

Ma allora non c’è comunicazione fra il poeta (lo scrittore di racconti) e il lettore?, la risposta è ovvia: la comunicazione si da a partire dalla poesia o dal racconto, non per mezzo loro. E tale comunicazione non è quella saggiata dal prosatore, da telefono a telefono: il poeta e il narratore ordiscono creature autonome, oggetti dalla condotta imprevedibile, e le loro conseguenze occasionali sui lettori non si differenziano essenzialmente da quelle che hanno sull’autore, il primo a essere sorpreso dalla sua creazione, lettore turbato di se stesso.

Breve coda sui racconti fantastici. Prima osservazione: il fantastico come nostalgia, Qualunque suspension of disbelief opera come una tregua nel duro, implacabile assedio che il determiniamo fa all’uomo. In tale tregua, la nostalgia introduce una variante nell’affermazione di Ortega: ci sono uomini che, in determinati momenti cessano di essere se stessi e la propria circostanza, c’è un’ora in cui si desidera essere se stessi e l’inaspettato, se stessi e il momento in cui la porta che prima e dopo da sull’ingresso si socchiude lentamente per lasciarci vedere il prato dove nitrisce l’unicorno.

Seconda osservazione: il fantastico esige uno sviluppo temporale ordinario. La sua irruzione altera istantaneamente il presente, ma la porta che da sull’ingresso è stata e sarà la stessa nel passato e nel futuro. Solo l’alterazione momentanea all’intemo della regolarità rivela il fantastico, ma è necessario che l’eccezionale diventi anch’esso regola senza soppiantare le strutture ordinarie fra le quali si è inserito. Scoprire in una nube il profilo di Beethoven sarebbe inquietante se durasse dieci secondi prima di sfilacciarsi e di divenire fregata o colomba; il suo carattere fantastico si affermerebbe solo nel caso in cui il profilo di Beethoven rimanesse lì mentre il resto delle nubi proseguisse nel suo disinteressato disordine sempiterno. Nella cattiva letteratura fantastica, i profili soprannaturali sogliono introdursi come cunei istantanei ed effimeri nella solida massa della consuetudine; così una signora che si è guadagnata l’odio minuzioso del lettore viene giustamente strangolata all’ultimo minuto grazie a una mano fantasma che entra dal camino ed esce dalla finestra senza troppi complimenti, a parte che in quei casi l’autore si crede obbligato a fornire una “spiegazione” a base di antenati vendicativi o di malefici malesi. Aggiungo che la peggior letteratura di questo genere è senz’altro quella che opta per il procedimento inverso, vale a dire per la sostituzione della temporalità ordinaria con una specie di “full-time” del fantastico, invadendo la quasi totalità dello scenario con un gran spiegamento di cotillon soprannaturali, come nel ritrito modello della casa incantata dove tutto trasuda manifestazioni insolite, da quando il protagonista fa rintoccare il grosso battente delle prime frasi, fino alla finestra del lucernario dove culmina spasmodicamente il racconto. Nei due estremi (insufficiente installazione nella circostanza ordinaria, e rifiuto quasi totale di quest’ultima) si pecca di impermeabilità, si lavora con materie eterogenee momentaneamente vincolate ma in cui non c’è osmosi, articolazione convincente. Il buon lettore sente che non hanno nulla da fare, lì, quella mano strangolatrice ne quel signore che per via di una scommessa si appresta a trascorrere la notte in una tetra dimora. Questo tipo di racconti, che soffoca le antologie del genere, ricorda la ricetta di Edward Lear per fare una torta il cui glorioso nome ho dimenticato: si prenda un maiale, lo si leghi a un palo e lo si bastoni violentemente mentre, a parte, si prepara con diversi ingredienti una pasta di cui si interrompe la cottura solo per continuare a picchiare il maiale. Se dopo tré giorni non si è ottenuto che la pasta e il maiale formino un tutto omogeneo, si deve concludere che la torta non è riuscita, per cui si slegherà il maiale e si getterà la pasta in pattumiera. Che è precisamente ciò che facciamo dei racconti in cui non c’è osmosi, dove il fantastico e l’ordinario si giustappongono senza che nasca la torta che aspettavamo di assaporare voluttuosamente.

(Tratto dal libro “Bestiario”, Einaudi Tascabili, tradizione di Fraviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto)

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