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Figlio Solo

Da Akkuaria, un racconto di José Maria Arguedas, liberamente tradotto da Gabriele Poli.

Giungevano al podere a stormi i colombacci e il rumore delle ali si smorzava sul tetto di lamiera, facendolo vibrare. Le allodole, invece, arrivavano sole, spianando le ali e si posavano leggere sopra gli alberi di lucuma, sui rami più alti. Cantavano.
Era l’ora in cui Singu, il giovane servitore della fattoria, riposava un poco. Saliva sulla pietra giallastra posta di fronte ad una delle entrate dell’azienda e osservava la valle, lo spettacolo offerto dal fiume al tramonto; ammirava gli uccelli passare, provenienti da sud, e prendere possesso dei frutteti, laggiù in fondo.
La velocità dei colombacci lo inquietava, mentre il volo delle allodole gli rasserenava l’anima, lo rifocillava. Tutti gli altri uccelli, non lo interessavano
Le allodole cantavano tutt’intorno, languidamente posate sui rami degli alberi. A tratti, dal fondo del bosco giungeva il riverbero tenue delle colombe. Singu credeva che dal loro canto invisibile germinasse la notte, perché, al contrario, il canto delle allodole illumina come la luce e come questa vibra, simile al riflesso di uno specchio. Singu sedeva sopra alla pietra. Lo meravigliava che proprio all’imbrunire si scorgesse tanto bene il fiore dei peschi. Gli pareva che il mormorio del fiume smuovesse gli alberi che così lasciavano intravedere i minuti fiori bianchi e rosa, da cui risaltavano di tanto in tanto i colori dei petali più nascosti, di tono scuro, provenienti dalle gemme rosa
Stava osservando il frutteto, quando vide apparire nel viale di pietra del casolare un brutto cane giallo. Camminava annusando l’aria, con la coda fra le zampe. Aveva gli “occhiali”; macchie rotonde di colore chiaro sopra agli occhi.
Si fermò di fronte alla porta di servizio. Iniziò a lambire il suolo nel punto dove la cuoca aveva sparso l’acqua dopo il lavaggio delle pentole. Inclinò il corpo all’indietro; leccava l’acqua sporca allungando il collo. Si contrasse un poco. Stava in guardia, pronto a saltare e a mettersi a correre se qualcuno avesse aperto la porta. Gli spazi fra le costole si fecero più profondi; sporgevano le ossa delle zampe; le orecchie si piegarono all’indietro; erano scure, sulle punte.
Singu pensava ad un nome. Ripassava febbrilmente i nomi di cani.

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