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Lispector: sulla sua scrittura.

Fosforescente, lunare e improvvisa era la sua scrittura senza metodo...Di Franco Marcoaldi.

“I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero”. Georges Perec sosteneva che la stampa lo annoiava perché non gli insegnava niente riguardo alla vita vera di ogni giorno, fatta di cose comuni, ordinarie, banali: “I treni cominciano a esistere solo quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei hanno diritto di esistere solo quando sono dirottati; le macchine hanno come unico destino quello di schiantarsi contro i platani”. Per uscire da questa impasse lo scrittore francese suggeriva di tornare a interrogare quel che ci sembra talmente evidente da averne dimenticata l’origine: ad esempio, “ritrovare qualcosa dello stupore che potevano provare Jules Verne o i suoi lettori di fronte a un apparecchio capace di riprodurre i suoni”. Sin qui Perec. Ma ci fu anche chi si spinse ben oltre, come la grande scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Che sui giornali ci scrisse, e davvero in una forma tutta sua. Dall’agosto 1967 al dicembre 1973 utilizzò la sua rubrica settimanale sul Jornal do Brasil (La scoperta del mondo, traduzione di Mauro Raggini, Tartaruga edizioni, pagg. 496, lire 35.000) in totale coerenza al suo assunto narrativo: raccontare la vita interiore, prescindendo quasi sempre da qualunque cornice esterna e fattuale. Ogni tanto, è vero, Clarice si chiede e chiede al lettore: sto forse sbagliando? Dovrei occuparmi dei grandi temi politici e sociali? E’ giusto utilizzare le colonne di un giornale per parlare del profumo delle rose silvestri piuttosto che della lista dei sentimenti di cui non conosco il nome? Della punteggiatura come respiro della frase o della paura della felicità? “La cronaca è una relazione? E’ una chiacchierata? E’ il riassunto di uno stato d’animo?”. Sì, la Lispector spesso si fa queste domande. Dopodiché, però, continua a procedere dritta per la sua strada. Un po’ perché i lettori sembrano apprezzare, e molto, la sua rubrica. Un po’ perché non saprebbe fare altrimenti. Nata in Ucraina e approdata a soli due mesi a Recife, nel Nordest del Brasile, ancor prima di leggere e scrivere Clarice già raccontava. Ma in un modo molto speciale. A sette anni invia senza risultato le sue prime novelle a un quotidiano di Recife, che il giovedì pubblica un inserto per bambini: “Nessuna, ma proprio nessuna è stata mai pubblicata. E già allora era facile capire perché. Leggevo quelle che pubblicavano, e tutte cominciavano con c’era una volta e descrivevano un avvenimento. Ma se loro erano testardi, ero testarda anch’io”. Non v’è dubbio. Sopprimere i fatti a favore delle sensazioni: così ha cominciato e così farà tutta la vita. Scrivere per lei significa “cercare di riprodurre l’irriproducibile, sentire fino in fondo il sentimento che altrimenti rimarrebbe appena vago e soffocante, benedire una vita che non è stata benedetta”. Clarice ha quattordici anni quando escono sulla rivista Carioca i suoi primi racconti e diciannove quando, nel 1944, vede edito il suo primo romanzo (Vicino al cuore selvaggio, scritto a diciassette). La critica, leggendo quella storia di una bambina dalla vena astratta e metafisica che diventa donna, rimane sbalordita; e da allora si affannerà a cercare le influenze letterarie della sua scrittura. Si fanno i nomi della Woolf, di Joyce, della Mansfield, della Dickinson. Alcuni di questi scrittori la Lispector non li ha neppure letti. Più in generale - come annotò in un suo libro Olga Borrelli, che fu particolarmente vicina alla scrittrice brasiliana durante gli ultimi dieci anni della sua vita, dal ‘67 al ‘77 - “nessun autore la influenzò veramente. La sua lingua era il frutto di un’esperienza diretta con se stessa e con il mondo, senza intermediazioni di ciò che si chiama “letteratura”. Scrivere per lei era sperimentare, esattamente come fa uno scienziato che propone o rifiuta le sue ipotesi una volta che le ha misurate con rigore alla sua teoria. La materia di tutto ciò erano i sentimenti, le sensazioni, le intuizioni provocate dal semplice fluire della vita. Il suo unico metodo: mantenersi perplessa, in uno stato ininterrotto di domanda”. Si aiuta, in questo, con la lingua portoghese, cui dedica (l’11 maggio del 1967) una controversa dichiarazione d’amore: “Non è una lingua facile. Non è malleabile. E, poiché non è stata elaborata a fondo dal pensiero, tende a non possedere sottigliezze, e a reagire con un vero e proprio calcio negli stinchi contro coloro che temerariamente si azzardano a trasformarla in un linguaggio di sentimento e vigilanza. E d’amore. La lingua portoghese è una vera e propria sfida per chi scrive. Soprattutto per chi scrive togliendo dalle cose e dalle persone il primo velo di superficialità”. Ciò che giustifica la ricerca di Clarice è una sensazione di mancanza, suscitata il più delle volte dalla voglia di sapere cosa succede quando non succede nulla. Perciò nella sua opera (ma anche in questi articoli), l’azione esteriore solitamente è abolita a favore del momento che si arresta spalancando improvvise crepe nella quotidianità più collaudata: è allora che si delineano identità che si dissolvono o coscienze sorprese nel flusso delle idee. La sua scrittura fosforescente, lunare, non è il frutto di un lavoro metodico. Scrive all’improvviso, magari nel mezzo della notte; cadendo in uno stato di trance - come disse lei stessa in una delle rare interviste concesse: “Scrivo quando sono posseduta, al punto che l’atto creativo dimora in me come qualcosa di assolutamente estraneo, misterioso”. Fors’anche per questo si è parlato tanto del rapporto della Lispector con la magia, avvalorato dalla sua partecipazione a convegni di maghi dove andava leggendo i suoi racconti. Ma la sua visione magica non ha alcun rapporto con fenomeni soprannaturali; piuttosto va ricercata nel quotidiano. Una giornata di depressione o di angoscia placata dalla benefica energia della pioggia, è per lei “frutto di una relazione magica”. E un atto di magia è lo stesso pensare: “Come può da un corpo solido nascere la più volatile delle sostanze, il pensiero?”. Dopo aver pubblicato il suo primo romanzo, la Lispector lascia il Brasile a seguito del marito, diplomatico. Trascorre lunghi periodi in Svizzera (a Berna) e in Italia (Napoli, Roma e Firenze). Va in Inghilterra e negli Stati Uniti per tornare definitivamente in Brasile nel ‘59, alla fine della sua relazione coniugale. Un assurdo incidente (il materasso che prende fuoco per una sigaretta lasciata accesa) e la deturpazione delle mani che ne consegue, poi la lunghissima convivenza con il cancro, la chiuderanno in una solitudine ancora più remota, di cui spesso dà conto nel corso della sua rubrica sul Jornal do Brasil. Ho fornito al lettore queste sommarie note biografiche perché non le troverà nel volume di cui sto dando conto. Ci si è limitati infatti, come nell’edizione originale, a proporre una scheletrica noticina firmata dai curatori Paulo e Pedro Gurgel Valente, in cui si ricorda che il libro raccoglie in ordine cronologico le prose pubblicate settimanalmente; che “per tutto il periodo preso in esame è possibile individuare la corrispondenza di situazioni e personaggi fra i testi usciti sul quotidiano e quelli dei libri scritti e pubblicati nello stesso arco di tempo”. E che “per preservare la continuità dell’opera sono stati inclusi anche novelle e racconti pubblicati altrove; non sono state inserite soltanto le annotazioni a nostro parere troppo circostanziali”. Stop. Forse un po’ poco per il lettore italiano; visto anche il materiale eterogeneo e diseguale che si appresta a leggere. Tant’è. Superato un iniziale smarrimento, resta il piacere immenso di entrare nel mondo magico e segreto di una donna errabonda e solitaria; una scrittrice dalla lucidità fatale, tanto acuta nello svelare intuitivamente il mistero della vita e dell’essere umano quanto capace di nascondere il proprio (”Parlare, come diceva Pessoa, è il modo più semplice per renderci sconosciuti”). Resta, in entrambi i casi, la convinzione profonda che la verità non può essere messa a frutto dall’individuo, perché non si incarna nel suo “fusto”, ma nella sua “radice”, “che lega il corpo a tutto ciò che non è più suo, ormai imponderabile, impalpabile”. Quel che invece è concesso all’uomo, “occhi aperti che sbattono”, è di cogliere la realtà nella sua incessante trasfigurazione, metamorfosi. Qui sta la vera trascendenza: guardare le cose come sono, precipitare in esse. Ed è sufficiente a tal fine il più il più piccolo e banale cortocircuito, capace di far crollare la nostra identità organizzata e definita riconducendo perciò stesso l’umano al regno che lo sovrasta e lo assorbe: quello dell’impersonale, pura e opaca materia. Questo è l’arrischiato percorso lungo cui si avventura la Lispector, convinta che l’unica, vera libertà consiste nel seguire il proprio destino: “Penso e so che vado incontro a ciò che esiste dentro di me, e vado a questo incontro nuda e scalza e a mani vuote”. Affermazione sorprendente due volte; visto che queste cose non le scrive soltanto nei suoi ermetici libri, ma anche sulle colonne - seguitissime - di un giornale popolare.

 

Franco marcoaldi

per gentile concessione di “Sagarana”