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Il pallone fa la voce grossa

Un racconto completo di: Edilberto Coutinho.

Il signor Agenor è là, dentro la rete. E adesso, Mamma? Avrei dovuto chiedere di uscire, quando ho fatto l’autogol. Nelci ha un anno solo più di me, ma in campo fa già la voce grossa. Il mio gol. Josemar, mio grande amico, e adesso?

Mi hanno detto che vai regalando i calci d’angolo. Cos’è ‘sta storia, maschietto? Ricordati quello che t’ho detto. Devi mantenere la calma.
E quando sei faccia a faccia col portiere, insacchi là nell’angolino, liscio come l’olio. (Josemar mimava il gesto, rifaceva la mossa con la gamba destra in avanti, imitando il giocatore che calcia lentamente la palla).

Non voglio più saperne. Sono stufa, stufa. L’hai capita? Ne ho le scatole piene. Adesso basta. Dov’è l’appartamento a Copacabana? E i soldi da parte per far studiare Dema? Io non ho mai visto, quel libretto.
(Le solite scenate, la mamma che sbraitava contro il signor Agenor. Lui che pensava di risolvere tutto con un po’ di soldi). Vedi se ti aggiusti con questi, per il momento. (Il signor Agenor estrae dalla tasca dei pantaloni larghi una manciata di bigliettoni, che conta rapidamente, bagnandosi le punte delle dita con la saliva).

Faccia a faccia col portiere, mi mangiai un gol praticamente già fatto. I compagni mi vennero tutti addosso. Ero caduto a terra, e mi tenevo stretta la caviglia. Mi ero fatto male. Erano quelli della mia squadra che mi stavano addosso. Pensai che uno di loro mi avrebbe aiutato a rialzarmi.
Mi circondarono, mi insultarono con ogni sorta di parolacce, mi diedero calci, io mi portai soltanto la mano sul viso, mortificato, non era neanche per difendermi, soltanto per vergogna, davvero, e loro continuavano a picchiarmi. Il signor Fasano si rese finalmente conto di quanto stava succedendo e accorse in mio aiuto. Era là, vicino al prato di gioco, stava cuocendo alla brace un salsiccione infilato nello spiedo. Arrivò lentamente, con tutta la trippa che gli ballava, e mi ritirò dal campo. Al mio posto fece entrare Nelci. Fuori dal campo, accanto al signor Fasano, io stavo a guardare: Nelci si portò dietro tutti scambiando e correndo, e subito ne segnò uno. Poi un altro. Due bombe che decisero il risultato.

Ehilà, principessa. Vieni a farci quest’onore. Il tizio che aveva parlato (uno scagnozzo del signor Agenor) prese mia madre per un braccio. Le prove della Scuola di Samba stavano per iniziare. Xangô, della Mangueira, era lì sulla pedana, accanto alla batteria, e diceva al microfono, con la sua voce roca, non è faccia tosta, no, no,no, e il signor Agenor tamburellava con le dita sul tavolo, davanti a una montagna di bottiglie di birra, qualcuna piena, qualcun’altra a metà. Quando Xangô finì la sua canzone, quello scagnozzo del signor Agenor salì sulla pedana e disse al microfono che le nostre prove, quella sera, sarebbero state riprese dalla televisione italiana, e chiedeva perciò a tutti quanti di dare il massimo per mostrare una buona immagine del Brasile all’estero, disse ancora un sacco di cose, fu applaudito, scese, tornò vicino al signor Agenor. Josemar guardò verso il tavolo della Direzione e prese a cazzotti il suo strumento (ch’era un tamburo sordo) con tutta la rabbia che aveva, nel momento in cui mia madre stava accettando un bicchiere di birra servito dal signor Agenor.

Caduto lì, ai bordi del campo, mentre mi contorcevo, mi facevo forza per non piangere, e sentii il signor Fasano dire a Bira: ma vi siete ammattiti? Chi è stato? E Bira, rispondendo all’allenatore: Nessuno, signor Fasano. In campo era Bira che dava ordini, che gridava, orchestrando il gioco, mentre il signor Fasano restava in disparte, a guardare. Si è infortunato da solo, signor Fasano. Bira mi si avvicinò con la più incredibile faccia tosta di questo mondo: Diglielo tu, Dema, non è andata così?

A letto, con gli impacchi che la mamma mi preparava sulla caviglia, la sento chiacchierare con un’amica, dona Isa, che è passata, dice, per dare un’occhiata al costume di Carnevale. La mamma le ha detto che era molto indietro col lavoro, quei negozi di periferia erano uno schifo, lei aveva bisogno di comprare non so cosa e non lo trovava. Doveva fare un salto in un posto a Copacabana. La mamma andava pazza per Copacabana. Per lei, tutto ciò che c’era di buono, al mondo, si trovava solo a Copacabana. Tu non hai problemi, diceva dona Isa. Stai in grana, puoi comprare dove ti pare e piace. Silenzio. Dopo un po’ ha continuato: Stai a posto tu, cara mia. Chi te lo fa fare di andare cercar rogna con uno che non ha né arte né parte? (E lì, giù un sacco di cose contro Josemar e tanti complimenti al signor Agenor). Lasciare il certo per l’incerto? Ma si poteva essere più zucche?(Continuava a dire che il signor Agenor era uno che comandava tutto, la Scuola di Samba, il Jogo do Bicho, la nostra squadretta, tutto, anche Josemar era ai suoi ordini, perché Josemar raccoglieva le puntate del bicho e perciò non era altro che un suo dipendente).Allora la mamma ha detto: Non capisco il perché di tutti questi commenti. E l’amica, dona Isa: Ieri, alle prove del Samba, ti si mangiava con gli occhi. Attenta a te, vedovella. L’hanno notato in molti.

Nessuno ti farà le scarpe, figlio mio. Tu entra in campo con tutta la grinta e sarai il numero uno. La mamma esce dalla stanza dopo aver rinnovato l’impacco sulla mia caviglia, e sento la voce del signor Agenor che parla con lei in salotto: Come va il ragazzino? Mamma: Molto meglio. Il ginocchio è ancora un po’ gonfio, ma coi cataplasmi d’erbe, tra un po’ andrà a posto. Fasano vuole sostituire Dema con un certo Nelci. Sai chi è? Uno che è entrato in squadra quando Dema si è infortunato. In queste cose sono io che commando, Cida (sento la voce del signor Agenor), a Fasano ci penso io. È un uomo mio. Non c’è problema.

La mamma stava ballando nel gruppo della Scuola di Samba, quando Josemar lasciò il suo posto alla batteria e si avvicinò a lei, sotto gli occhi di tutti. Lo vidi quando attirò la mamma in un angolo, e vidi quando si baciarono. La mamma si guardò intorno e mi vide. Tornò sulla pista e continuò a ballare. Josemar mi diede una pacca sulla spalla e tornò sulla pedana. Quell’amica di mamma, dona Isa, non li aveva persi d’occhio un istante.

Stetti meglio e il signor Fasano m’inseri in prima squadra. Bira, nel suo ruolo di capitano, protestò: Togliere Nelci, signor Fasano? Ma lui deve entrare. E il signor Fasano: Dema ha bisogno del vostro appoggio. Il football è un gioco di squadra. Uno per tutti, tutti per uno. Nelci, molto umilmente, non disse niente. Entrai: Pallone gonfiato, Bira disse ancora, e il signor Fasano fece finta di non aver sentito. Poi chiamò Nelci e gli disse: Senti, ragazzo, non te la prendere. Conosco un tizio del Vasco e gli ho chiesto di darti una possibilità. Andrai ad allenarti a São Januário, la settimana ventura. Grazie, signor Fasano.

Incontrai Josemar che raccoglieva le puntate del bicho vicino all’edicola dei giornali. Dura la vita, eh?, stava dicendo all’italiano dell’edicola, quando mi avvicinai. Mi portò a bere un guaraná in un baretto, e lì cominciò a dire ai suoi amici, indicandomi, questo ragazzetto è il mio beniamino, un giorno a l’altro finisce nella squadra del cuore, e si mise a cantare, col suo vocione:

La mia pena sarebbe profonda
Se mancasse il Flamengo nel mondo

Non voglio saperne. Tutte chiacchiere al vento. Per adesso sto ancora infossata qui, in questo buco, e me lo sai dire quando andremo ad abitare nella zona sud, io e Dema? Lo vuoi sapere quand’è che vedrò le chiavi di quel famoso appartamento a Copacabana? Il giorno del mai. Mai. Mai. La mamma era una belva col signor Agenor e, nella discussione, non si erano neanche accorti che ero entrato, ho visto il signor Agenor che passava una mano sul viso, sui capelli di mamma, lei che si scansava, non voglio più saperne, guarda che è arrivato il bambino, vedendomi finalmente, e il signor Agenor se n’è andato via scocciatissimo.

Guarda, guarda, quella lì è la donna di Josemar. Hai visto che pezzo di figa? Dice che lui le sta mettendo su casa. (Bira indicò la mulatta che passava ancheggiando e guardò me mentre parlava).Lo sapevi che quella è la donna di Josemar, Dema? Io dissi: Non no so niente. E lui: Che sai, allora? Dai, racconta. Tu non sai proprio niente. Stai sempre a tirar calci al pallone. Gli altri risero. Bira continuò, alzando la voce: Ma l’avete vista? Quella fa scendere i santi giù dal cielo. Un ficcone pazzesco. Io, allora: E tu, ci sei mai andato con una donna? Stai facendo un sacco di scena. E poi quella non è manco per niente la donna di Josemar. Non è lei quella che gli piace. Bira: E tu come lo sai? E chi è che gli piace, allora? Io: chiediglielo a lui, oh! Bira: Se lo sai, perché non lo dici? Io: Perché lo deve dire lui, oh!

Stavo seduto sull’uscio di casa, quando vidi Josemar che veniva giù per la strada. Allora mi alzai per andargli incontro, e avevo fatto solo pochi passi quando arrivò sparata l’Opala del signor Agenor, e si fermò proprio lì davanti. Allora ci fu uno sparo e poi altri. Lo scagnozzo del signor Agenor smontò dalla macchina, sollevò la testa di Josemar prendendola per i capelli e sparò un ultimo colpo con la canna della rivoltella dentro la bocca del mio amico. Mollò il corpo di Josemar sul marciapiede, tornò velocemente alla macchina, sbatté la portiera con forza e se ne andò via facendo fischiare le gomme sulla curva a gomito, appena più in là. Corsi verso Josemar e strinsi tra le mani la sua testa, che pendeva molle.

La mamma gettò via, con rabbia, il costume di Carnevale, e si piegò sulla macchina da cucire, piangendo forte. Arrivarono alcune amiche, e tra loro dona Isa, che restò abbracciata alla mamma passandole le mani tra i capelli. Io andai in bagno, rimasi un bel pezzo sotto la doccia, vestito e tutto, mentre l’acqua che ci batteva sul mio viso, e anch’io piangevo, ma piano piano, perché nessuno se ne accorgesse.

Il signor Fasano stava cuocendo la carne alla brace ai bordi del campo. La nostra squadra segnò il primo gol. Bira, entusiasmado, gridava: Gliene rifiliamo un fottio. Poco dopo mi ritrovai un pallone stupendo. Era gol sicuro. Misi fuori. Sentii i fischi, vidi le facce furiose dei compagni. Vidi il signor Agenor che arrivava. Subito dopo segnarono loro. Uno a uno. Vidi Nelci che si stava scaldando. Ma il signor Fasano gli fece cenno di rimettersi a sedere, dopo aver ricevuto un messaggio sussurrato dello scagnozzo del signor Agenor, lo stesso che aveva sparato a Josemar, lo stesso che aveva preso mia madre per un braccio per farla sedere al tavolo del signor Agenor, alle prove della Scuola di Samba.

La loro squadra tutta nella nostra metà campo. Arretrai per dare una mano in difesa e fui sfortunato, segnai un autogol. Allora ci fu la ressa intorno a me, e cominciai ad allontanarmi impaurito, perché pensavo che mi avrebbero picchiato di nuovo, mi allontanai verso il bordo del campo. Allora riuscii a vedere il signor Agenor che scendeva dalle gradinate per venire ad unirsi al gruppo, a gioco fermo. Allora mi ricordai di lui che consegnava una mazzetta di bigliettoni a mia madre, e di Josemar tutto insanguinato, ed era proprio come se stessi assistendo a tutto quanto di nuovo. Allora, un’altra volta gli urli, le parolacce dei compagni, allora, corsi verso il girarrosto del signor Fasano e presi uno spiedo con due pezzettini di carne infilati, e tornai di corsa vicino alla porta, dove il signor Agenor stava discutendo con gli altri, dicendo non è stata colpa sua, l’ha fatto senza volere, prendendo le mie difese. Allora, avanzai verso il signor Agenor, e gli altri aprirono il cerchio, formando una specie di corridoio fra il signor Agenor e me, e d’improvviso lui disse: Che succede, ragazzo? Cos’è questa storia, Dema? Ehi, ehi, mi sembri diventato matto, e voialtri, ehi, nessuno si muove? Allora, strinse forte lo spiedo e lo infilai profondamente in mezzo al petto del signor Agenor e lui indietreggiò passo a passo e andò a cadere nella nostra porta, abbracciato alla rete.

Pubblicato per gentile concessione del Prof. Julio Monteiro Martins, direttore della rivista on-line “Sagarana”.