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Lezione di cucina

di Rosario Castellanos. Una donna appena sposata, deve far fronte alle incombenze del suo nuovo stato...

La cucina risplende di bianchezza. E’ un peccato che si debba violare con l’uso. Ci si dovrebbe sedere a contemplarla, a descriverla, a chiudere gli occhi, ad evocarla. Se si osserva bene questo nitore, quest’accuratezza, manca di quell’eccesso abbagliante che fa venire i brividi negli ospedali. O è forse l’aura dei disinfettanti, i passi di gomma delle infermiere, la presenza occulta della malattia e della morte? Che m’importa? Il mio posto è qui. E’ dalla notte dei tempi che è qui. Nel proverbio tedesco la donna è sinonimo di Kuche, Kinder, Kirche. Ho vagato per aule, strade, uffici, caffé; sprecandomi in abilità che ora devo dimenticare per acquisirne altre. Ad esempio, scegliere il menu. Come potrei portare a termine un’impresa tanto improba senza la collaborazione della società, della storia intera? In uno scaffale speciale, adatto alla mia statura, si allineano i miei spiriti protettori, quelle applaudite equilibriste che conciliano, nelle pagine dei ricettari, le contraddizioni più irriducibili: la linea e la gola, l’aspetto vistoso e l’economia, la celerità e la succulenza. Con le loro infinite combinazioni: la linea e l’economia, la celerità e l’aspetto vistoso, la succulenza e…Cosa mi consiglia lei, per il pranzo di oggi, esperta casalinga, ispirazione delle madri assenti e presenti, voce della tradizione, segreto rivelato dei supermercati? Apro un libro a caso e leggo: “La cena di don Quijote”. Molto letterario ma molto insoddisfacente. Perchè don Quijote non aveva fama di gourmet bensì di stralunato. Sebbene un’analisi più approfondita del testo ci riveli, ecc, ecc, ecc. Uffa. Si è fatto scorrere più inchiostro su questa figura di quanta acqua non sia passata sotto i ponti. “Uccelletti di centro di faccia”. Esoterico. La faccia di chi? Ha un centro la faccia di qualcosa o di qualcuno? Se ce l’ha, non deve essere appetibile. “Salsa alla rumena”. Ma lei, a chi crede di rivolgersi? Se io sapessi cosa sono l’estragone e l’ananas non consulterei mica questo libro perché saprei molte più cose. Se lei avesse un minimo senso della realtà, dovrebbe, lei stessa o una qualsiasi delle sue colleghe, prendersi la briga di scrivere un dizionario di termini tecnici, redigere dei prolegomeni, ideare una propedeutica per rendere accessibile al profano la difficile arte culinaria. Invece tutte partono dal presupposto che tutte le donne abbiamo le mani in pasta e si limitano ad enunciare. Io, perlomeno, dichiaro solennemente che non ho e non ho mai avuto le mani né in questa pasta che vi accomuna né in nessun’ altra. Non ci ho mai capito niente. Potete osservare i sintomi: mi pianto rimbecillita in una cucina impeccabile e neutra, con il grembiule che usurpo per farne un simulacro di efficienza e del quale sarò vergognosamente ma giustamente privata.
Apro lo scomparto del frigorifero con la dicitura “carni” e ne estraggo un pacchetto irriconoscibile sotto lo strato di ghiaccio. Lo sciolgo in acqua calda e mi si rivela il nome senza il quale non avrei mai identificato il suo contenuto: è carne speciale da arrostire. Magnifico. Un piatto semplice e sano. Siccome non rappresenta il superamento di alcuna antinomia né l’impostazione di alcuna aporia, non mi stuzzica.

E non è solo l’eccesso di logica ad inibirmi la fame. E’ anche l’aspetto, rigido per il freddo; è il colore che si manifesta adesso che ho disfatto il pacchetto. Rosso, come se stesse per sanguinare.

Dello stesso colore avevamo la schiena, mio marito ed io, dopo le abbronzature orgiastiche sulle spiagge di Acapulco. Lui poteva permettersi il lusso di “comportarsi da uomo” e distendersi a pancia in giù, per non strusciare la pelle scottata. Ma io, abnegata mogliettina messicana nata come colomba per il nido, sorridevo come Cuauhtemoc suppliziato quando disse”Il mio letto non è di rose e tacque”. A pancia in su, sopportavo non solo il mio stesso peso ma anche quello suo sopra il mio. La posizione classica per fare l’amore. E gemevo, di laceramento, di piacere. Il gemito classico. Miti, miti.

La cosa migliore (per le mie scottature, almeno) era quando lui si addormentava. Sotto i polpastrelli -non molto sensibili per il prolungato contatto coi tasti della macchina da scrivere- il nylon della camicia da notte da sposa scivolava nello sforzo fraudolento di sembrare pizzo. Giocherellavo con la punta dei bottoni e con tutti quegli ornamenti che fanno sembrare tanto femminili chi li usa, nell’oscurità della notte fonda. Il candore della mia biancheria, deliberato, reiterativo, impudicamente simbolico, era temporaneamente abolito. Per qualche istante, forse, arrivò a consumare il suo significato sotto la luce e sotto lo sguardo di quegli occhi che ora sono vinti dalla stanchezza.

Palpebre che si chiudono ed ecco, di nuovo, l’esilio. Un’enorme distesa sabbiosa, senza altra soluzione che il mare, il cui movimento propone la paralisi; senza altro invito che quello della scogliera al suicidio.

Ma non è vero. Io non sono il sonno che sogna, che sogna e che sogna; io non sono il riflesso di un’immagine in un cristallo; non mi annichila l’oscurità di una coscienza o di ogni altra possibile coscienza. Io continuo a vivere una vita densa, viscosa, torbida, nonostante l’uomo che è al mio fianco e quello del passato mi ignorino, mi dimentichino, mi pospongano, mi abbandonino, smettano di amarmi.

Anch’io sono una coscienza che può oscurarsi, abbandonare qualcun altro ed esporlo all’annichilamento. Io…la carne, sotto la spruzzata di sale, ha messo a tacere lo scandalo del suo rossore ed ora mi risulta più tollerabile, più familiare. E’ la fetta che ho visto mille volte, senza rendermene conto, quando mi affacciavo frettolosamente per dire alla cuoca che…

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