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Lezione di cucina - seconda parte

Di Rosario Castellanos.

     Non siamo nati assieme. Il nostro incontro è stato dovuto al caso. Felice? E’ ancora troppo presto per dirlo. Siamo andati alla stessa mostra, alla stessa conferenza, allo stesso cineclub; ci siamo trovati insieme in un ascensore; mi ha ceduto il posto nel tram; un guardiaboschi ha interrotto la nostra perplessa, e, fino ad allora, parallela contemplazione della giraffa, perché era ora di chiudere lo zoo. Qualcuno, io o lui, è lo stesso, fece la domanda, idiota ma indispensabile: lavora o studia? Affinità d’interessi e di buone intenzioni, manifestazione di propositi “seri”. Un anno fa non avevo la minima idea della sua esistenza e ora giaccio accanto a lui con le cosce intrecciate, umide di sudore e di sperma. Potrei alzarmi senza svegliarlo, andare a piedi scalzi fino alla doccia. Purificarmi? Non mi fa schifo. Preferisco credere che ciò che mi unisce a lui sia una cosa semplice, da lavare via come una secrezione, e non terribile come un sacramento.
     Cosicché resto immobile, respirando ritmicamente per imitare la calma, a lucidare la mia insonnia, l’unico gioiello di quando ero nubile che ho conservato e che sono disposta a conservare fino alla morte.
     Sotto il breve diluvio di pepe la carne sembra essere invecchiata. Faccio svanire questo segnale di vecchiaia strofinandola come se volessi trapassare la superficie e impregnare tutto il suo spessore di spezie. Perché ho perduto il mio vecchio nome e non mi  abituo ancora al nuovo, che neppure è mio. Quando nella hall dell’hotel qualche impiegato mi chiama io rimango sorda, con quel vago fastidio che è il preludio del riconoscimento. Chi sarà la persona che non risponde alla chiamata? Potrebbe trattarsi di qualcosa di urgente, di grave, o di definitivo, questione di vita o di morte. Chi chiama si dispera, se ne va senza lasciare alcuna traccia, alcun messaggio e annulla la possibilità di qualunque nuovo incontro. E’ l’angoscia che mi opprime il cuore? No, è la sua mano che opprime la mia spalla. e le sue labbra che sorridono con una burla benevola, più che da padrone, da taumaturgo.
     Ebbene, ammetto mentre ci avviamo verso il bar (la spalla mi brucia, comincia a spellare), è vero che nel contatto o nella collisione con lui ho subìto una metamorfosi profonda: non sapevo e so, non sentivo e sento, non ero e sono.
     E’ meglio lasciarla stare un pò. Fino a che non arrivi a temperatura ambiente, fino a che non si impregni dei sapori di cui l’ho ricoperta. Ho l’impressione di non avere calcolato bene e di avere comprato una fetta troppo grande per noi due. Io, per pigrizia, non sono carnivora. Lui, per estetica, cura la linea. Avanzerà quasi tutta! Si, lo so che non devo preoccuparmi: qualcuna delle fate che mi svolazzano intorno accorrerà in mio aiuto, e mi spiegherà come riutilizzare gli avanzi. E’ comunque un passo falso. Non si inizia una vita coniugale in maniera tanto sordida. Temo che non si inizi nemmeno con un pietto tanto anodino come la carne arrostita.
     Grazie, mormoro, mentre mi pulisco le labbra con la punta di un tovagliolo. Grazie per la coppa trasparente, per l’oliva sommersa. Grazie per avermi aperto la gabbia di una routine sterile per chiudermi nella gabbia di un’altra routine che, secondo ogni buon proposito e ogni possibilità, dovrà essere feconda. Grazie per l’opportunità di poter sfoggiare un abito lungo con strascico, per aiutarmi ad avanzare all’interno del tempio, esaltata dalla musica dell’organo. Grazie per…
     Quanto tempo ci vorrà perché sia pronta? Beh, non dovrebbe importarmi troppo perché va messa sul fuoco all’ultimo momento. Ci vuole molto poco, dicono i manuali. Quant’è poco? Quindici minuti? Dieci? cinque? Naturalmente, il testo non specifica. Si sottintende un intuito che, in virtù del mio sesso, dovrei possedere ma che non posseggo, un senso del quale sono priva che mi permetterebbe di accorgermi del momento preciso in cui la carne è pronta.
     E tu? Non hai nulla di cui essermi grato? Lo hai puntualizzato con una solennità un po’ pedante e con una precisione che forse intendeva essere lusinghiera ma che a me risultò offensiva: la mia verginità. Quando l’hai scoperto mi sono sentita come l’ultimo dinosauro su un pianeta dal quale la specie era scomparsa. Desideravo giustificarmi, spiegare che se sono giunta a te intatta non è stato per virtù né per orgoglio né per bruttezza ma per seguire uno stile. Non sono barocca. La piccola imperfezione nella perla mi è insopportabile. Non mi rimane allora altra alternativa che il neoclassico e la sua rigidità è incompatibile con la spontaneità di fare l’amore. Mi manca la scioltezza di chi rema, di chi gioca a tennis, di chi si scioglie ballando. Non pratico alcun tipo di sport. Compio un rito e l’atto di darmi mi si pietrifica in un gesto statuario.
    Stai spiando il mio passaggio alla fluidità, lo speri, ne hai bisogno? O ti basta lo ieratismo che ti sacralizza e che tu interpreti come la passività che corrisponde alla mia natura? E se alla tua corrisponde l’essere volubile ti tranquillizzerà pensare che non disturberò le tue avventure. Non sarà indispensabile -grazie al mio temperamento- imboccarmi, né legarmi mani e piedi con i figli, imbavagliarmi con il denso miele della rassegnazione. Io resterò come resto. Quieta. Quando lasci cadere il tuo corpo su di me sento che mi copre una lapide, piena di iscrizioni, di nomi sconosciuti, di date memorabili. Gemi inarticolatamente e vorrei sussurrarti all’orecchio il mio nome per ricordarti chi è colei che stai possedendo.
     Sono io. Ma chi sono io? Tua moglie, ovviamente. E questo titolo basta per distinguermi dai ricordi del passato, dai progetti per il futuro. Porto un marchio di proprietà e nonostante ciò mi guardi con sfiducia. Non sto tessendo una rete per catturarti. Non sono una mantide religiosa. Ti sono grata di una simile ipotesi. Ma è falsa.
     Questa carne ha una durezza e una consistenza che non sono tipiche delle mucche comuni. Dev’essere di mammut. Di quelli che si sono conservati, dalla preistoria, nei ghiacci della Siberia e che i contadini scongelano e preparano per mangiare. Nel noiosissimo documentario che proiettarono all’ambasciata, così pieno di dettagli superflui, non si alludeva minimamente al tempo che impiegavano per renderli commestibili. Anni, mesi…E io ho a disposizione un tempo di…
     E’ l’allodola? E’ l’usignolo? No, il nostro orario non è retto da tali alate creature, come quelle che annunciavano il sopraggiungere dell’aurora a Romeo e Giulietta, bensì da una stentorea ed inequivocabile sveglia. E tu non ti calerai al giorno dalla scala delle mie trecce, bensì dai passi di un litigio per minuzie: ti si è staccato un bottone dalla giacca, il pane si è bruciato, il caffè è freddo.
     Io ruminerò in silenzio il mio rancore. Mi si attribuiscono le responsabilità e i compiti di una domestica tuttofare. Devo mantenere la casa impeccabile, la biancheria pronta, il ritmo infallibile dell’alimentazione. Ma non mi si paga alcuno stipendio, non mi si concede un giorno libero alla settimana, non posso cambiare padrone. Devo, d’altra parte, contribuire al sostentamento della casa e devo svolgere efficacemente un lavoro in cui il capo pretende, i colleghi cospirano e i subordinati odiano. Nei momenti d’ozio mi trasformo in una dama di società che offre pranzi e cene agli amici di suo marito, che assiste alle riunioni, che si abbona all’opera, che controlla il suo peso, che rinnova il suo guardaroba, che cura la freschezza della propria pelle, che si mantiene attraente, che sta al passo con i pettegolezzi, che non dorme e che si alza presto, che corre il rischio mensile della maternità, che crede alle riunioni notturne di lavoro, ai viaggi d’affari e agli arrivi imprevisti di clienti, che soffre di allucinazioni olfattive quando percepisce un effluvio di profumi francesi (diversi da quelli che usa lei ) sulle camicie, sui fazzoletti del marito; che nelle sue notti solitarie si rifiuta di pensare al perché o al percome di tanti affanni e si prepara un buon bicchierino e legge un romanzo poliziesco con l’animo fragile dei convalescenti.

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