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Lezione di cucina - terza parte e fine

di Rosario Castellanos.

Non sarebbe opportuno accendere il fornello? Una fiamma molto bassa perché si riscaldi poco a poco la piastra per arrostire “che previamente va unta con un pò di olio affinché la carne non si attacchi”. Questo riesco a capirlo anch’io, non c’era bisogno di sprecare con simili raccomandazioni le pagine di un libro.
E io sono molto goffa. Ora si chiama goffaggine, prima si chiamava innocenza e ti affascinava. Ma non ha mai affascinato me. Da nubile leggevo cose di nascosto. Sudando di emozione e di vergogna. Non ho mai capito nulla. Mi pulsavano le tempie, mi si annebbiava la vista, mi si contraevano i muscoli in uno spasimo di nausea.
L’olio sta cominciando a friggere. Mi è scappata la mano, mani bucate, e ora schizza e salta e mi brucia. Così brucerò io nelle fiamme dell’inferno per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Ma piccola, tu non sei l’unica. Tutte le tue compagne di collegio fanno lo stesso, anche peggio, si accusano nel confessionale, fanno penitenza, vengono perdonate e ci ricascano. Tutte. Se io avessi continuato a frequentarle, ora mi sottoporrebbero ad un interrogatorio. Le sposate per accertarsi, le nubili per verificare fino a che punto possono spingersi. Impossibile defraudarle. Inventerei acrobazie, mancamenti sublimi, raptus orgasmali, come si chiamano nelle Mille e una notte, da record. Se mi ascoltassi in quel momento non mi riconosceresti, Casanova!
Lascio cadere la carne sulla piastra e istintivamente retrocedo verso la parete. Che strepito! Ora ha smesso. La carne giace in silenzio, fedele alla sua condizione di cadavere. Continuo a pensare che è troppa.
E non è che tu mi abbia defraudato. Io non mi aspettavo, è vero, nulla di particolare. Poco a poco cominceremo a rivelarci l’uno all’altro, scopriremo i nostri segreti, i nostri piccoli trucchi, impareremo a compiacerci. E un giorno tu ed io saremo una coppia di amanti perfetti e allora, nel bel mezzo di un abbraccio, ci dissolveremo e comparirà sullo schermo la parola “Fine”.
Che succede? La carne si sta rimpicciolendo. No, non ho le traveggole, non mi sbaglio. Si può vedere il segno della sua grandezza originaria dal contorno disegnato sulla piastra. Era un po’ più grande. Che bello! Magari si riduce a misura del nostro appetito.
Per il prossimo film mi piacerebbe che mi affidasero un altro ruolo. Strega buona in una tribù selvaggia? No, oggi non mi sento incline né all’eroismo né al pericolo. Piuttosto una donna di successo (disegnatrice di moda o qualcosa del genere), indipendente e ricca che vive da sola in un appartamento di New York, Parigi o Londra. I suoi affaires occasionali la divertono ma non la alterano. Non è sentimentale. Dopo una scena di rottura, accende una sigaretta e contempla il paesaggio urbano attraverso le grandi vetrate del suo studio.
Ah, il colore della carne è ora molto più decente. Solo in alcuni punti si ostina a ricordare la sua crudezza. Ma la maggior parte è dorata ed esala un aroma delizioso. Sarà poi sufficiente per entrambi? La vedo molto piccola.
Se ora stesso mi preparassi, sfoggiassi uno di quei modelli che formano il mio trousseau e uscissi per strada, che succederebbe, eh? mi potrebbe anche abbordare un uomo maturo, con automobile e tutto. Maturo, pensionato. L’unico che a quest’ora può permettersi il lusso di andare a caccia.
Che cavolo succede? Questa maledetta carne sta cominciando ad emettere un fumo nero e orribile. Avrei dovuto girarla! Bruciata da un lato. Meno male che ne ha due.
Signorina, se mi permette…Signora! E l’avverto che mio marito è molto geloso…Allora non dovrebbe lasciarla andare da sola. Lei è una tentazione per qualunque viandante. Nessuno dice viandante. Passante? Solo nei giornali quando parlano di gente investita. Lei è una tentazione per chiunque. Silenzio. Si-gni-fi- ca-ti-vo. Sguardi da sfinge. L’uomo maturo mi segue a prudente distanza. Meglio per lui. Tanto meglio per me perché all’angolo -zac! Mio marito, che mi spia, che mi perseguita in continuazione, che sospetta di tutto e di tutti, signor giudice. Così non si può vivere, io voglio il divorzio.
E ora? A questa carne sua madre non ha insegnato che è carne e che dovrebbe comportarsi di conseguenza. Si attorciglia come una charamusca (1). E poi non so da dove continua a produrre tanto fumo, visto che ho spento il fornello secoli fa. Certo, certo, dottoressa Cuore. Ora si deve aprire la finestra, accendere la cappa affinchè non ci sia più cattivo odore quando rientra mio marito. Ed io andrei tutta carina ad accoglierlo sulla porta, col mio miglior vestito, col mio miglior sorriso e col mio più cortese invito a mangiare fuori.
E’ una possibilità. Esamineremmo il menu del ristorante mentre una misera fetta di carne carbonizzata giacerebbe nascosta in fondo al bidone della spazzatura. Io starei bene attenta a non menzionare l’incidente, e sarei considerata una sposa un po’ irresponsabile, con tendenza alla frivolezza ma non una deficiente. E’ questa la prima immagine pubblica che dò di me stessa e devo quindi comportarmi di conseguenza, sebbene sia inesatta.
C’è un’altra possibilità. Non aprire la finestra, non collegare la cappa, non buttare la carne nella spazzatura. E appena arriva mio marito lasciare che annusi, come gli orchi delle fiabe, e dica che c’è un cattivo odore, non di carne umana, ma di moglie inutile. Io esagererei la mia contrizione per spingerlo alla magnanimità. Dopotutto, quello che è successo è così normale! A quale novella sposa non succede ciò che è appena successo a me? Quando andremo a trovare mia suocera, lei, che ancora non mi aggredisce perché non conosce i miei punti deboli, mi racconterà le proprie esperienze. Quella volta, per esempio, che suo marito le chiese un paio di uova strapazzate e lei prese la frase alla lettera e…ha ha ha. Questo le ha impedito forse di diventare una vedova favolosa, voglio dire, una cuoca favolosa? Perché la vedovanza sopraggiunse molto più tardi e per altre cause. A partire da allora sciolse le briglie al suo istinto materno e lasciò perdere le sue moine…
No, non gli piacerà proprio per nulla. Mi dirà che mi sono distratta, che è il colmo della disattenzione. E sì, per condiscendenza, accetterò le sue accuse.
Ma non è vero, non è vero. Sono stata tutto il tempo attenta alla carne, osservando le cose stranissime che le accadevano. Aveva ragione santa Teresa a dire che Dio sta nelle pentole. O la materia che è energia o come la si voglia chiamare ora.
Ricapitoliamo. Compare all’inizio la fetta di carne con un colore, una forma, una dimensione. Poi cambia e diventa più bella e una si sente tutta contenta. Poi cambia ancora e non è più tanto bella. E continua a cambiare, a cambiare e una non riesce ad azzeccare il momento in cui fermarla. Perché se io lascio questa fetta di carne al fuoco per un tempo indefinito, si consumerà e non ne resterà traccia. E la fetta di carne che dava l’impressione di essere così solida, così concreta, non esiste più.
Allora? Anche mio marito dà un’impressione di solidità e concretezza quando siamo assieme, quando lo tocco, quando lo vedo. Sicuramente cambia, e cambio anch’io, sebbene così lentamente, così latentemente che nessuno dei due se ne accorge. Poi se ne va e si muta bruscamente in ricordo…Ah, no, non ci casco nella trappola del personaggio inventato, del narratore inventato e della storia inventata. Inoltre, non è questo che si evince dall’episodio della carne.
La carne non ha smesso di esistere. Ha subìto una serie di metamorfosi. E il fatto che cessi di essere percettibile ai sensi non significa che si sia concluso il suo ciclo, bensì che ha compiuto un salto qualitativo. Continuerà ad operare ad altri livelli. A quello della coscienza, a quello della memoria, a quello della volontà, modificandomi, determinandomi, stabilendo la direzione del mio futuro.
Io sarò, da ora in poi, ciò che scelgo di essere in questo momento. Seducentemente stordita, profondamente riservata, ipocrita. Sarò io ad imporre dall’inizio, e con un po’ d’impertinenza, le regole del gioco. Mio marito risentirà dell’impronta del mio dominio che si andrà dilatando, come i cerchi sulla superficie dell’acqua sulla quale si è lanciato un sasso. Lotterà per prevalere e se cede io lo contraccambierò col disprezzo e se non cede non sarò capace di perdonarlo.
Se assumo un altro atteggiamento, se sono il caso tipico della femminilità che chiede indulgenza per i propri errori, la bilancia si piegherà a favore del mio antagonista e io parteciperò alla competizione con un handicap che, apparentemente, mi destina alla sconfitta e che, in fondo, mi garantisce il trionfo per la sinuosa via che hanno percorso le mie antenate, quelle umili, quelle che non aprivano bocca se non per assentire, e hanno ottenuto l’obbedienza altrui perfino al più irrazionale dei loro capricci. La ricetta dunque è vecchia e la sua efficacia è comprovata. Dovessi ancora avere dei dubbi, mi basterebbe chiedere alla più vicina delle mie vicine. Confermerà le mie certezze.
Solo che mi ripugna agire così. Questa definizione non mi si confà e nemmeno quella di prima, nessuna corrisponde alla mia verità interiore, nessuna salvaguarda la mia autenticità. Devo adattarmi ad una qualsiasi di esse e adeguarmi ai suoi termini solo perché è un luogo comune accettato dalla maggioranza e compreso da tutti? E non è che io sia una “rara avis”. Di me si può dire ciò che Pfandl (2) disse di Suor Juana: che appartengo alla classe dei nevrotici cavillosi. La diagnosi è molto semplice; ma quali sarebbero le conseguenze se l’accettassi?
Se insisto nell’affermare la mia versione dei fatti mio marito mi guarderà con diffidenza, si sentirà a disagio in mia compagnia e vivrà nella continua attesa che mi si manifesti la pazzia.
La nostra convivenza non potrebbe essere più problematica di così. E lui non vuole conflitti di nessuna specie. Meno ancora conflitti così astratti, così assurdi, così metafisici come quelli che scatenerei io. Per lui il focolare è l’isola di pace in cui rifugiarsi dalle intemperie della vita. D’accordo. L’ho accettato al momento di sposarlo ed ero disposta ad arrivare fino al sacrificio sull’ara dell’armonia coniugale. Ma contavo sul fatto che il sacrificio, la rinuncia completa a ciò che sono, mi sarebbero stati richiesti solo all’Occasione Sublime, all’Ora delle Grandi Scelte, al Momento della Decisione Definitiva. Non per quello con cui mi ritrovo oggi, che è così insignificante, così ridicolo. E invece…

Da Album de familia, Joaquín Mortiz, México, 1971,
ora in Giovanna Minardi, Passione e scrittura. Antologia di narratrici messicane del XX secolo, Palermo, Anteprima, 1998

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