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Silvina Ocampo, una visione femminile del fantastico

Un interessante breve saggio sulla scrittrice argentina, compagna di Bioy Casares e amica di Borges, per lungo tempo trascurata dalla critica. Da Argonline, di Mirco Mungari.

Le opere e la figura di una scrittrice di confine, l’attesa e la favola nella vita di una donna all’ombra dei giganti della letteratura porteña

Moglie del grande Adolfo Bioy Casares, e sorella della più celebre Victoria, Silvina Ocampo riveste un ruolo di primo piano in quello straordinario fenomeno letterario che fu la cosiddetta «scuola di Buenos Aires», la fioritura di scrittori di racconti fantastici all’interno dell’ambiente culturale della capitale argentina. Insieme al marito Bioy e a Jorge Luìs Borges firmò infatti quell’Antologia della letteratura fantastica che rivelò i cuentistas in Europa. Tuttavia, la sua carriera è molto lontana dall’enciclopedica ufficialità borgesiana come dal sofisticato snobismo di Bioy e Cortàzar; la Ocampo scrisse spesso in silenzio, e addirittura per molto tempo venne data per dispersa dalla critica europea – vera desaparecida letteraria – a causa della censura militare che impediva di pubblicare letteratura fantastica in Argentina.

I racconti di Silvina Ocampo di caratterizzano per la loro fulminea brevità; nella maggior parte dei casi non superano le due pagine, sono sguardi, rapidi ma fermissimi, gettati sul mondo con occhio esperto e consapevole. NON voglio qui dilungarmi sulla sua bibliografia, peraltro non vastissima, e mi limito a segnalare al lettore curioso e volenteroso l’antologia Porfiria, pubblicata da quel grande mecenate dei cuentistas che fu Italo Calvino;1 piuttosto cercherò di analizzare le tematiche e i meccanismi dei suoi racconti in rapporto alle problematiche generali del fantastico argentino.

Silvina Ocampo getta uno sguardo sul mondo, e lo vede con gli occhi della poetessa; riesce a cogliere l’inquietante teatralità e doppiezza che c’è nei gesti più elementari e quotidiani, regista ed esamina i colori, i numeri, le forme, individua i riti e le ricorrenze, denuda i sentimenti più mascherati. Spesso nei suoi racconti compare la morte; ma essa non è mai vissuta in maniera drammatica, è un evento asciutto e inevitabile. L’atto del morire, o l’atto che precede immediatamente il decesso, è isolato e visto dall’esterno, senza partecipazione, non analizzato ma ripreso e presentato nella sua scheletrica essenza. Nei racconti della Ocampo muoiono solitamente i bambini, e la loro morte è sempre intuita, percepita attraverso un’ombra o uno schermo, una lastra di vetro o un suono; si muore e si deve morire, e la morte, non già la sua icona ma l’atto stesso del consumare la vita fino a restare oggetto e semplice corpo, è nascosta in ogni angolo del quotidiano.

A volte la Ocampo manipola il tempo, e l’essenza del personaggio diventa simbolo; così, nel Diario di Porfiria Bernal2 – un diario dei giorni futuri, e non passati – l’educatrice miss Fielding diviene fisicamente ciò che è sempre stata nell’anima, cioè una gatta feroce. Più spesso, l’essenza nascosta dei personaggi si palesa lentamente e sottilmente all’interno della trama: in Amata nell’amato il rapporto d’amore tra due giovani diventa il materializzarsi dei sogni di lui sul corpo di lei, in un legame a tratti cannibalico.

 Ricorrono, nell’opera in prosa della Ocampo, quelle asserzioni di realtà oltre l’assurdo che sono tipiche di Cortàzar; nei suoi racconti, è facile e frequente che i morti chiamino al telefono e confezionino vestiti, o che allucinanti maschere rosse compaiano sugli specchi e dietro le finestre, senza che ciò turbi più di tanto l’andamento della vicenda. In effetti, gli unici a comprendere lo spaventoso disincanto del vero sono i bambini; sono loro a morire per uno scatto d’ira, a capire la malvagità nascosta sotto la più candida delle vesti inglesi, a sentire che il tempo, in realtà, scorre al contrario o non scorre affatto, e i morti sono come i vivi. A differenza di Cortàzar, che fa un largo uso di personaggi infantili come portatori di un punto di vista indagatore rispetto al racconto, nelle trame della Ocampo i bambini sono in genere visti dall’esterno, e sono i mediatori del meccanismo propriamente fantastico all’interno della narrazione.

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