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Il cinema argentino degli ultimi anni.

Un excursus da manuale, da cinemah.com

«Non m’era mai capitato di restare senza un soldo in tasca. Non potevo comprare niente e non avevo più niente da vendere. Finché ero in treno mi piaceva rimirare il tramonto sulla pianura, ma adesso mi lasciava indifferente e faceva tanto caldo che aspettavo con ansia il calare della sera per stendermi a dormire sotto un ponte. Prima che facesse buio mi ero messo a guardare una cartina perché non avevo idea di dove fossi. Era stato un giro assurdo, avanti e indietro, e adesso mi trovavo al punto di partenza o in un posto identico. Un camionista mi aveva dato uno strappo fino al rondò e diceva che avrei trovato uno Shell a tre o quattro chilometri da lì ma tutto ciò che ero riuscito a vedere era un ruscelloche passava sotto un ponte e un sentero di terra che si perdeva all’orizzonte. Due contadini a cavallo seguiti da un cane zozzo pungolavano del bestiame e questa era l’unica cosa in movimento nel paesaggio
Così s’inizia Una sombra ya pronto serás di Soriano (Einaudi, Torino 1990)

Stato d’assedio in Argentina. Espropri proletari di cibo: le rose mancano da ormai troppo tempo, e anche il pane da un po’ è solo un ricordo. Ventisette i morti, uccisi da poliziotti a cavallo e a piedi in assetto da G8 e soprattutto commercianti che ritengono che le merci nei loro negozi valgano una vita. Ma questi si vanno solo ad aggiungere alla strage silenziosa conteggiata in 30.000 persone per applicare in modo ciminale le teorie dei Chicago boys (evidentemente errate, visto che hanno distrutto in rapida successione: Messico, Perù, Brasile, Turchia… e il governo berlusconi sta ripercorrendo esattamente le orme di Cavallo, paradigma dichiarato da Tremonti). Nei prodotti del cinema c’erano tutti i prodromi per la spontanea ribellione, fin dalle minacciose nubi di Solanas, poi autentici nembi apocalittici di La Cienaga. Ma non si diceva la fine che avrebbe fatto l’Argentina, né si fotografava l’attualità, semplicemente questi affioravano qui e là nel codice cinematografico, e dunque con le difficoltà di comprensione derivanti dal fatto che il cinema del realismo magico della patria di Borges (e Che Guevara) non si può permettere didatticamente di spiegare tutto: i disagi di una società colpita al cuore da decenni di fascismo. Dal proceso militar al Fondo monetario internazionale. I giovani sbandati di Pizza birra e faso avevano ancora guizzi di vivacità, ma già la fame condizionava parte delle loro azioni e si annidava tra le scrostature dei muri, vestigia di un’antica civiltà di quella provincia del Sur descritta nel poetico apologo circense di El amateur (e il circo continua a venire a galla, con le tristi e malinconiche imprese del clown di Una sombra ya pronto seras) o nella disperazione di vivere nell’armadio dello smantellamento postindustriale di El armario; ma anche i piqueteiros di Salta erano direttamente connessi all’immobilità di La Cienaga, girato proprio nella provincia di Salta, che ha offerto le locations anche per Casas de Fuego, una staticità che non è un incantamento: non sono rimasti sospesi, né appesi alla morte – che poi sarebbe l’estrema sospensione, allusa nello stato di Pajaro, l’amateur – ma è un putrido impaludamento che non consente nemmeno di decretare la fine di cui ogni elemento è presago, quando questa si è già consumata: il cinema argentino – basti pensare alla metropolitana perduta in un altro universo parallelo in Moebius – ha cercato ogni qualvolta gli era consentito di spalancare gli occhi degli spettatori sul disastro, trattenendoli però pudicamente rinserrati su un paese di celluloide, come quello al fondo del mondo in cui finiscono i film di El vento se llevo lo que. E allora di fronte alla desolata migrazione interna del disoccupato di Mundo Grua ci si è fermati al semplice sottotesto della sconfitta ripetuta, con il nostos finale, in realtà il non detto del film è più dirompente della semplice discesa dalla gru, o dalla presa d’atto del talento musicale gettato in gioventù: la nevrosi bulimica nelle luci acide che tagliano la stanza è sintomo del paradossale cannibalismo di un paese portato alla catastrofe da anni di menemismo, la condanna a venire rappresentati da quarti di carne alla brace e risvegliarsi per le immagini di supermercati da cui escono padri di famiglia che hanno saccheggiato il cibo – non è un caso che uno dei film in cui più forti emergono le contraddizioni della società è proprio El asadito – ritorna in quasi tutte le pellicole con banchetti sontuosi di potenti mentre i poveri cristi si sacrificano (El amateur); con gli scambi in natura: poesie per piatti di carne ben cocida di El lado oscuro del corazon, dove i tre artisti bohemienne sbarcano così il lunario; con frigoriferi a occupare spazi, insinuandosi nella mancanza di eventi, imponendo la conservazione del cibo come succedaneo della storia, in El armario, l’abitante del mobile rimane interdetto con in mano un pezzo di carne, da fare alla piastra su una roccia, con la tavolata nel teatro di La Nube, che però si rivela una beffa atroce, visto che il motivo del festeggiamento non verrà mai elargito, quella pensione chimerica che è stata la prima vittima sacrificata dal mostro neoliberista, rovinando prima gli anziani e poi via via tutti gli argentini, seguendo i dogmi rigidi e stupidamente vessatori del FMI.

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