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Giacomo Leopardi e il soave distacco dall'infinito

Di José Antonio Gonçalves, poeta di Madeira da poco scomparso. Traduzione di Antonello Piana.

 

 

 

 

 

GIACOMO LEOPARDI E IL SOAVE DISTACCO DALL’INFINITO

 
approfittiamo della pietra solitaria sull’orlo della strada
e sediamoci, Leopardi, riposiamoci dalla fatica
di questa giornata che ci porta da Recanati al mondo
dove Dante e Petrarca impararono a costruire torri d’avorio
e a indagare l’odore della schiuma emessa dal mare profondo
 
da lontano Roma e Firenze ci spingono candide
verso il sole che attraversa i campi baciando gli uccelli
mentre pensiamo i fiori, la luna e l’intima cadenza
delle più dispari stagioni, per dimenticare il freddo dell’inverno
di Milano, la ricchezza respinta e la calura breve dell’inferno
 
ora non c’è più rimedio, i libri danno lustro alla casa
abbandonata, le parole echeggiano un po’ ovunque
e la fuga verso mura sanguigne si rivela impraticabile.
torniamo dunque ai giardini della culla paterna, trascinando il giorno
in cui fu possibile saltare con agilità il recinto che le correva intorno
 
non vale la pena di dare importanza al candore illuminato del chiostro
né al dio che non si siede alla tavola degli uomini
ebbro del suo abituale e rumoroso silenzio divino
come un uccello maestoso che attraversa i cieli con le sue ali
nella serena rivendicazione di padrone assoluto del tempo e del destino
 
l’insegna sicura indica Pisa, come una freccia ingaggiata
per centrare nel bersaglio, nel cuore dove l’umanità danza
e ignora il sapore della rugiada di Napoli, il verde calmo
dei pendii, la dolcezza della brezza autunnale, il colore del casolare,
l’intrecciarsi dell’amore con la poesia o della pioggia con l’estate
 
il viaggio punta verso ciò che vive ovunque vi sia posto,
il residuo di un errore bianco su un foglio di carta
o il tormento delle bianche veglie su un letto duro
senza che a nulla valgano la carne debole, l’angoscia, il sonno,
il dolore flagellato sulle ossa, la fame barattata con la magia della letteratura
 
la terra resta sotto i piedi e traspira il pudore dei diluvi
attende il momento di rinascere nell’acqua abbracciando tutti i venti
cieca come gli occhi che molto lessero nelle notti umide ed eterne
e sorridi a coloro che la amano nutrendo le loro anime trasparenti
con il grano fermentato nel sudore dei popoli asciutti di preghiere
 
vieni qui, insegui la traccia nella polvere, preveggendo l’erba
morta di una nuova strada e ricorda come alla lunga Stendhal non resista
alle voci remote d’altre città, e riempia piano i meriggi
con il rumore dei tuoi Canti, divertito dal profumo dei trovatori,
spargendo i tuoi versi come vino sulla testa di saggi viticoltori
 
il fardello è pesante, chiama Ranieri, Silvia, Fanny Tozzetti,
un alleluia appassionato, uno o due preti gesuiti, un trattato
di filosofia, una citazione felice, un saggio di filologia,
la preghiera presso la tomba del Tasso, la polvere delle antiche biblioteche
e andiamocene a dormire, quieti e puri, come dormono soltanto i poeti
 
così eccoci qui, Leopardi, su un altro arenile privo di barche
a tracciare le rotte sulle mappe che nascondono la morte, la pazzia,
l’allegria, la vacuità delle mattine, la giovinezza e il suo soave distacco
come se un lenzuolo coprisse quel che non ha bisogno di essere profferito
e mostrasse il tuo viso rispecchiato nelle ombre dell’infinito.