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Chico Buarque de Hollanda, il suo ultimo romanzo

Di Luisa Ramundo. Da "O".

Julinho da Adelaide è lo pseudonimo con cui ha firmato alcune canzoni negli anni del regime militare in Brasile. Il mio mestiere è comporre, e magari produco otto, nove samba al giorno. Quando ne creo dieci vado a dormire soddisfatto. Il lavoro di qualcun altro invece è quello di censurarle: a lui verso sera chiedono quante ne ha censurate. Ognuno fa il suo mestiere. Si esprimeva così Julinho in una intervista concessa al Jornal do Brasil. Allora dirò che questo pezzo è un omaggio a Julinho da Adelaide, abitante di favela, cantante deturpato da cicatrici, che si reclamava sfruttato dal famoso Chico. Infatti, che senso avrebbe un qualsiasi commento su un romanzo firmato Chico Buarque de Hollanda, pubblicato da Feltrinelli, elogiato dal premio Nobel José Saramago? Scatenarsi in vaneggiamenti di Puro Amore, dai toni pericolosamente simili ad una marchetta? E poi è soprattutto lui, Francisco Buarque de Hollanda, che si cimenta nel romanzo e non vuole essere confuso con la celebrità televisiva, corteggiata dalle case discografiche. Che non ci crede a tutta questa passione da cui è circondato. Durante la persentazione del libro racconta:
“Con la canzone ho giocato”.

Lui che ha dribblato la censura del Brasile degli anni della dittatura, l’ha sfidata e giocata con l’arte irridente e infantile del genio Garrincha. E c’è un intero Paese che si riconosce nelle vite di innamorate di favela che, in attesa del ritorno di un vagabondo, preparano rimedi perché l’amato si riprenda dalla sbronza in tempo per una carezza, nei bambini di strada pieni di girocollo d’oro, fieri di mantenere il proprio padre, nel muratore di Costrução che cade dall’impalcatura contromano nel traffico del sabato, nella poesia libertaria e visionaria di O que será, parabole e allegorie beffarde, suggestioni che i servizi segreti cercavano di decodificare, attribuendo sempre significati anarchici ai versi che non ne hanno e tralasciando di censurare quelli carichi di ribellione.
“No, dice Chico Buarque, io non ho mai preteso di far poesia con i testi delle canzoni. La bossa nova cercava parolieri giovani, parolieri che non fossero artefatti e stucchevoli. Così ho cominciato”.

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