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La narrativa colombiana recente

Di Danilo Manera. Da Iclab.

Dalla Colombia arrivano poche notizie e quasi sempre in negativo: narcotraffico, terremoti, guerriglia e paramilitari. Invece è anche un paese sorretto da una società civile cosciente e attiva, con una vita intellettuale, universitaria e artistica di prim’ordine, dotato di una costituzione avanzata, pluralista e multietnica, innovativa nella protezione dell’ambiente, delle minoranze e delle culture.
Bogotá è attualmente una delle grandi capitali letterarie dell’America Latina, mentre da noi, a parte l’immenso Gabriel García Márquez (Mondadori), l’unico altro autore colombiano ampiamente noto è l’ottimo Álvaro Mutis (Einaudi). C’è dunque molto da scoprire, sulla scia di una potente tradizione narrativa, che si fonda su classici come Eugenio Dìaz (1803-1865), Jorge Isaacs (1837-1895), Tomás Carrasquilla (1858-1940), José Eustasio Rivera (1889-1928) e César Uribe Piedrahita (1897-1951). Qui mi limito ad indicare alcune piste, sottolineando che si tratta di meri suggerimenti incompleti, al solo fine di dare un’idea della varietà e vivacità di voci che giungono dalla Colombia di oggi.
Un autore assai popolare e umorale è Germán Castro Caycedo, l’inviato speciale per antonomasia, che ha firmato inchieste esplosive come La bruja (La strega), dove esplora il mondo sotterraneo dell’occultismo e delle sette sataniche, ma anche Mi alma se la dejo al diablo (La mia anima la lascio al diavolo), dove ricostruisce la disperante realtà delle campagne, o El Hurakán, dove racconta la conquista dell’America come se fosse un mosaico di episodi di cronaca.
Sull’onda delle glorie francesi, è stato definitivamente recuperato in patria Fernando Vallejo, autore scomodissimo che vive in Messico da oltre vent’anni. Nei volumi della sua autobiografia fittizia, El río del tiempo (Il fiume del tempo), summa di odio-amore per la Colombia, schernisce e fustiga tutto e tutti, con un linguaggio impazzito e velenoso, sarcastico e delicato insieme: tutti i peccati tranne il moralismo e tutte le viltà tranne la burocrazia. Il suo è un mondo notturno tragico e marginale, di omosessualità, stordimento e abiezione, ma baciato da raggi di soprannaturale bellezza. L’estremo esorcismo si compie in La virgen de los sicarios (trad. it. La vergine dei sicari, Guanda, Parma 1999), romanzo che prende allo stomaco: all’epoca del declino del famigerato cartello di Medellín, un anziano professore elitista e cinico torna dall’estero per immergersi nel fango e nella spazzatura inseguendo due amanti killer adolescenti, angeli sterminatori disoccupati, dolcemente vandalici, sicuri di durare pochissimo, nonostante gli scapolari della loro madonna, perché la partita che giocano ha solo i tempi supplementari. Pubblicato contemporaneamente a Notizia di un sequestro di García Márquez, ha rappresentato una sorta di controcanto: di fronte all’onniscienza sia del realismo magico sia della ragione oggettiva, è un’orgia di soggettività capricciosa, un groviglio di ricordi, allucinazioni e rabbie.

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