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Morte e vita severina

del poeta brasiliano João Cabral de Melo Neto, da poco scomparso. Editore Robin, 2005. Da "La nota del traduttore"

oão Cabral de Melo Neto pubblica giovanissimo la sua prima raccolta poetica, Pedra do sono (1942) dove già si intuiscono, sebbene oggetto di una progressiva scrematura operata nei lavori seguenti, quei motivi che caratterizzeranno i fondamenti della sua poetica. L’abolizione del cosiddetto poema-piada (poema-scherzo) allontana Melo Neto dal Modernismo, mentre la ricerca di equilibrio e la costruzione economica della frase prevalgono su un’ormai decaduta preoccupazione stilistica.

Un deciso ribaltamento si afferma già a partire dal secondo volume, O engenheiro (1945): la sostanza poetica si muove dal surrealismo in direzione di un cubismo oggettuale simbolizzato dalla solidità della pietra, topos ricorrente. Poesia strutturata da un rigore quasi matematico, da un’articolazione di termini concreti come barriera eretta contro ogni vaghezza e ambiguità; da un lavoro “artigianale” in cui raffinatezza ed audacia formale si compenetrano senza evadere dalla preoccupazione etica. Poesia “sociale”, dunque e perfetto legame fra contenuto e forma, di vita e di arte.

Agli inizi degli anni ‘50 Melo Neto matura l’idea di dare voce alla sua terra, il Penambuco, iniziando un percorso che si concluderà con Morte e vita Severina, terza e ultima opera della cosiddetta “trilogia del fiume”. Anche i due poemetti O Rio e O Cão sem plumas, che la precedono, parlano del Nordeste, dei suoi fiumi e dei retirantes, i miseri contadini del Nordeste brasiliano che per colpa della siccità abbandonano la propria terra per cercare la sopravvivenza verso il litorale.

È precisamente questo il tema del terzo libro della trilogia, in cui il protagonista, Severino, segue il corso del fiume Capibaribe dal Sertão alla città di Recife. Durante il viaggio, si imbatte in diversi personaggi con i quali discorre della difficile vita nordestina e sembra concludere che ad essa è preferibile la morte. Il miracolo della nascita di un bambino figlio di un povero falegname ribalta, con un’inaspettata metafora della speranza, il pessimismo che segna l’opera e il percorso esistenziale del protagonista eponimo.