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Il giro del giorno...un estratto

Dal sito di Alet Edizioni, un estratto de Il giro del giorno in ottanta mondi.

Julio Cortázar

Il giro del giorno in ottanta mondi

Devo al mio omonimo il titolo di questo libro e a Lester Young la libertà di averlo
modificato senza offendere la saga planetaria di Phileas Fogg, Esq. Una sera in cui Lester
riempiva di fumo e pioggia la melodia di Three Little Words, sentii più che mai cosa
rende tali i grandi del jazz: quell’invenzione che rimane fedele al tema mentre lo
combatte, lo trasforma e lo irida. Chi potrebbe dimenticare l’entrata imperiale di Charlie
Parker in Lady, Be Good? Adesso Lester sceglieva il profilo, quasi l’assenza del tema,
evocandolo come forse l’antimateria evoca la materia, e io pensai a Mallarmé e a Kid
Azteca1, un pugile che avevo conosciuto a Buenos Aires intorno agli anni Quaranta e
che, di fronte al caos santafesino dell’avversario di quella sera, costruiva un’assenza
perfetta a base di impercettibili schivate, disegnando una lezione di vuoti in cui si
sarebbero dissolte le patetiche gragnuole da otto once. E poi c’è da dire che con il jazz
esco sempre allo scoperto, mi libero dal carapace dell’identico per acquistare spugnosità
e simultaneità porosa, una partecipazione che in quella sera di Lester era un andirivieni di
pezzi di stelle, di anagrammi e palindromi che a un certo punto mi restituirono
inspiegabilmente il ricordo del mio omonimo e d’improvviso furono Passepartout e la
bella Aouda, fu il giro del giorno in ottanta mondi perché per me l’analogia funziona
come per Lester lo schema melodico che lo lanciava sul rovescio del tappeto, là dove gli
stessi fili e gli stessi colori si intrecciavano in modo diverso.
Tutto ciò che segue partecipa per quanto è possibile (non sempre si riesce ad abbandonare
un carapace quotidiano di cinquant’anni) a questa respirazione della spugna nella quale
continuano a entrare e uscire i pesci del ricordo, alleanze fulminee di tempi e stati e
materie che la serietà, quella signora troppo ascoltata, troverebbe inconciliabili. Mi
diverte pensare a questo libro e ad alcuni dei suoi prevedibili effetti sulla suddetta
signora, un po’ come il cronopio Man Ray pensava al suo ferro da stiro chiodato e ad altri
oggetti-padre quando diceva: “Non bisognava confonderli in alcun modo con le pretese
estetiche o con il virtuosismo plastico che ci si aspetta in genere dalle opere d’arte.
Naturalmente – aggiungeva la civettina occhialuta pensando alla signora di cui sopra – i
visitatori della mia mostra rimanevano perplessi e non osavano divertirsi, visto che le
gallerie sono considerate santuari e che con l’arte non si scherza”.
E loro non osavano divertirsi. Man Ray, quanto ti sarebbe piaciuto sentire quello che ho
sentito io qualche mese fa a Ginevra, dove una galleria della città vecchia presentava un
omaggio a Dada. C’era proprio il tuo ferro da stiro chiodato e mentre la signora di prima
lo contemplava con gelido rispetto, fra una ragazza dai capelli rossi e una biondina si
svolgeva questo dialogo esemplare:
«In fondo non è poi così diverso dal mio ferro da stiro!»
«Come sarebbe a dire?»
«Ma sì, con questo ti pungi e con il mio ti bruci».
O, per tornare a Lester, alla volta in cui un critico musicale serio come la signora gli
domandava quali profonde motivazioni estetiche lo avessero spinto ad abbandonare la
batteria per il sax tenore, e Lester rispose: «La batteria ti limita. A cosa serve puntare le
ragazze più carine della platea, se quando hai finito di smontarla se le sono già beccate
tutte?».
Avrete notato che le citazioni piovono, e questo è niente rispetto a quanto deve ancora
venire, ovvero quasi tutto.
Negli ottanta mondi del mio giro del giorno ci sono porti, alberghi e letti per i cronopios,
e poi citare è citarsi, molti lo hanno detto e fatto, con la differenza che i pedanti citano
perché fa elegante, e i cronopios perché sono terribilmente egoisti e vogliono accaparrarsi
gli amici, come faccio io con Lester, Man Ray e quelli che verranno, tipo Robert Lebel
che descrive alla perfezione questo libro quando dice: “Tutto quello che lei vede in questa
stanza, o meglio in questo magazzino, l’hanno lasciato gli inquilini precedenti e dunque
non vedrà grandi cose di mia proprietà, ma io preferisco questi strumenti del caso. La
diversità della loro natura mi impedisce di limitarmi a una riflessione unilaterale, e poi, in
questo laboratorio in cui sottopongo gli attrezzi a un inventario sistematico e, beninteso,
in senso contrario a quello naturale, la mia immaginazione rischia meno di segnare il
passo”.X Certo, a me sarebbero servite più parole per dirlo.
Il personaggio che parla per bocca di Lebel è nientemeno che Marcel Duchamp. Al suo
modo di suscitare una realtà più ricca – facendo, per esempio, colture di polvere, o
creando nuove unità di misura con il sistema, non più convenzionale di altri, di lasciar
cadere un pezzo di corda su una superficie incollata e rilevarne la lunghezza e il contorno
– si somma qui qualcosa che non potrei dire esplicitamente ma che forse riuscirà a dirsi, a
separarsi da tutto questo. Alludo a un sentimento di sostanzialità, a quell’“essere vivo”
che manca a tanti nostri libri, al fatto che scrivere e respirare (nel senso indiano della
respirazione come flusso e riflusso dell’essere universale) non siano due ritmi diversi. Un
po’ come quello che cercava di dire Antonin Artaud: “…parlo di quel minimo di vita
pensante e allo stato bruto – che non è arrivata alla parola ma che potrebbe farlo, se fosse
necessario – senza cui l’anima non può vivere ed è come se non ci fosse più vita».
E insieme a tutto questo molto di più – ottanta mondi e in ognuno altri ottanta e in
ognuno… – sciocchezze, caffè, informazioni del genere di quelle che fecero la segreta
fama di Les admirables secrets D’Albert le Grand, fra cui la storia che se un uomo morde
un altro uomo mentre mangia lenticchie, la ferita sarà inguaribile, e perfino la
meravigliosa formula:
per far ballare una ragazza in camicia
Prendete della maggiorana selvatica, dell’origano puro, del timo selvatico, della verbena,
alcune foglie di mirto insieme a tre foglie di noce e tre piccoli gambi di finocchio; il tutto
verrà raccolto la notte di San Giovanni, nel mese di giugno, prima dell’alba. Occorrerà
seccarli all’ombra, triturarli e passarli in un colino fine di seta; e quando si vorrà portare a
termine questo piacevole gioco, si soffierà la polvere in aria nel luogo in cui si trova la
ragazza perché lei possa respirarla, o gliela si farà prendere come se fosse tabacco da
fiuto; l’effetto si manifesterà immediatamente. Un famoso autore aggiunge che il risultato
sarà infallibile se questo esperimento malandrino verrà eseguito dove ardono lampade
alimentate con grasso di lepre e di caprone giovane.
Una formula che non mancherò di provare nelle mie valli dell’Alta Provenza dove tanto
profumano quelle erbe, per non parlare poi delle ragazze. E ci sono anche le poesie,
credo, che si lamentano di un oblio forse giusto – ma questo non lo si può mai sapere – e
un’aria, un tono che vorrei fosse come quello del Dimanche m’attend del grande
Audiberti e di The Unquiet Grave e di tante pagine di Le Paysan de Paris, e dietro,
sempre, Jean l’uccellatore che mi strappò alla mia adolescenza idiota e bonaerense per
dirmi quello che Jules Verne mi aveva ripetuto tante volte senza che io lo capissi del
tutto: c’è un mondo, ci sono ottanta mondi al giorno; ci sono Dargelos e Hatteras, c’è
Gordon Pym, c’è Palinuro e c’è Oppiano Licario (uno sconosciuto, vero? Parleremo più
avanti del cronopio Lezama Lima e, prima o poi, anche di Felisberto e di Maurice
Fourré), e c’è soprattutto il gesto di condividere una sigaretta e una passeggiata nei più
reconditi quartieri di Parigi o di altri mondi, ma adesso basta, vi sarete già fatti un’idea di
quello che vi aspetta, e diciamo allora come il grande Macedonio: “Evito di essere
presente alla fine dei miei scritti, ecco perché li concludo prima”.