La Phedre di Racine, secondo Sarah Bernhardt

Segue una straordinaria registrazione su cilindro, risalente al 1902: una rara testimonianza della voce della “divina” Sarah Bernhardt (1844-1923), mentre recita un estratto della Phedre, scritta da Jean-Baptist Racine

Sarah Bernhardt nella Fedra (1915)I versi sono presi dalla 5° scena del II atto: il momento in cui Fedra, in seguito alla scomparsa del marito Teseo (re di Trezene ed eroe che uccise il minotauro) sta vincendo l’odio, ostentato nei confronti del suo figliastro Ippolito, nel timore che usurpi ai figli diretti il trono; ella non riesce a trattenere, pronunziando parole cariche di vergogna, l’amore ardente ed illecito che nutre, proprio, verso il rivale . Colpevole, dirà, è qualche dio che le ha instillato nella mente la follia…

“Oui, Prince, je languis, je brule pour Thésée./ Je l’aime, non point tel que l’ont vu les enfers,/ volage adorateur de mille objets divers,/ qui va du dieu des morts déshonorer la couche,/ mais fidèle, mais fier, et même un peu farouche,/ charmant, jeune, traînant tous le cœur après soi,/ tel qu’on dépeint nos dieux,/ ou tel que je vous voi. / Il avait votre port, vos yeux, votre langage,/ cette noble pudeur colorait son visage,/ lorsque de notre Crète il traversa le flots,/ Digne sujet de vœux des filles de Minos./ Que faisiez-vous alors? Pourquoi, sans Hyppolyte,/ des héros de la Grèce assembla-t-il l’élite?/ Pourquoi, trop jeune encor, ne pûtes-vous alors/ enter dans le vaisseau qui le mit sur nos bords?/ Par vous aurait péri le monstre de la Crète,/ malgré tous le détours de sa vaste retraite./ Pour en développer l’embarras incertain,/ ma sœur du fil fatal eût armé votre main./ Mais non, dans ce dessein je l’aurais devancée,/ l’amour m’en eût d’abord inspiré la pensée./ C’est moi prince, c’est moi, dont l’utile secours,/ vous eût de Labyrinthe enseigné les détours./ Que de soins m’eût coûtés cette tête charmante!/ Un fil n’eût point assez rassuré votre amante:/ compagne du péril qu’il vous fallait chercher,/ Moi-même devant vous j’aurais voulu marcher,/ et Phèdre au labyrinthe avec vous descendue/ se serait avec vous retrouvée ou perdue“.

“Si Principe, languisco e brucio per Teseo,/ io l’amo quale non l’hanno negli inferi veduto,/ di oggetti i più diversi adoratore fatuo,/ l’alveo a disonorare, del Dio dei Morti,/ ma fedele, fiero, e un po’ scontroso,/ affascinante, giovane, trascinante dietro a sé tutti i cuori,/ simile ai nostri dei, come li dipingono, o come vedo voi./ Il portamento vostro aveva, i vostri occhi, il vostro linguaggio,/ questo nobile pudore copriva il suo viso,/ quando di Creta nostra attraversò i flutti,/ degno argomento dei voti delle figlie di Minosse./ Che facevate voi, allora? Perché, omettendo Ippolito,/ adunò il fiore degli dei della Grecia?/ Perché voi, troppo giovane, non poteste salire,/ sulla nave che lo pose sulle nostre rive?/ Il mostro di Creta, ucciso per mano vostra,/ sarebbe stato ad onta delle innumerevoli svolte del vasto suo rifugio./ Per sbrogliarne l’andirivieni incerto, / con il filo fatale, la mano vostra avrebbe armato mia sorella./ Ma no, in questa idea io l’avrei preceduta,/ ne avrebbe inspirato prima a me il pensiero, l’amore./ A me principe, a me, l’abile soccorso,/ vi avrebbe insegnato ogni raggiro./ Ma per rassicurare l’amante vostra, a poco sarebbe servito un filo./ Compagna del pericolo, che v’incombeva a voi di cercare,/ io stessa avrei davanti camminato,/ e Fedra al labirinto sarebbe scesa ,/ si sarebbe ritrovata con voi, o perduta.

Successivamente, spinta dalla nutrice Enone a sventare il pericolo, Fedra accuserà Ippolito, davanti al ritornato Teseo, di aver ricevuto un tentativo di violenza carnale, costringendo quello, così, alla fuga in cui incontrerà la morte. Pentita, Fedra si suiciderà con un veleno.

Ecco Sarah Bernhardt:

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