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John Ruskin: “La tendenza dominante di quest'età è sciupare il genio in opere deperibili”

Orientamenti divergenti nell'Art Nouveau sul rapporto fra opera (durevole) e la sua collocazione nel mercato dell'arte.

John Ruskin - Litografia dipinta - 1880 c.aJohn Ruskin (1819-1900), critico e teorico dell’arte, con le proprie opere è stato fra gli scrittori più influenti sul clima artistico della Seconda Metà dell’Ottocento: fu, per esempio, fra gli ispiratori della ”Arts & Crafts Movement” di William Morris (1834 -1896), ebbe un ruolo essenziale nella scoperta del gruppo di artisti cosiddetti “pre-raffaeliti” e fu precursore secondo molti, almeno in sede teorica, anche dell’Art Nouveau.

Molto vicino all’arte e all’artigianato medievale, considerati da lui quali espressioni di una società coesa e nella quale l’uomo non era ancora il mero strumento inanimato dell’epoca industriale, fu il fondatore di una Guild (Corporazione) d’artigiani, denominata “Guild of Saint George”; essa fu realizzata su ispirazione di quelle dell’Età di Mezzo, quale luogo dove realizzare i propri ideali in sede pratica. L’esperimento non ebbe il successo voluto, ma fu replicata, decenni dopo, da un altro artista e designer anglosassone a lui molto vicino ideologicamente: la “Guild & School of Handicrafts” di Robert Ashbee (1863-1942).

Riportiamo di J. Ruskin un breve estratto della “Economia politica dell’arte” (1857); in esso egli esprime un netto rifiuto verso quelle opere che (secondo una logica che diremmo, oggi, “consumistica”) sono prodotte per essere fruite in un breve lasso di tempo, prima che vengano rapidamente sostituite da altre. Una tendenza che, secondo lo scrittore inglese, fa perdere quel senso estetico che ci fa riconoscere gli oggetti di vero valore e destinati a durare per sempre, non sapendoli distinguere da quelli privi di merito.

“Orbene, le condizioni della durevolezza di un’opera sono due: non solo bisogna che sia fatta di materiali resistenti, ma la stessa qualità deve apparire durevole, risultare sufficientemente valida da poter reggere alla prova del tempo. Se non è valida, ce ne stancheremmo rapidamente e la getteremo da parte, non proveremmo alcun piacere nel conservarla. […] Mi duole doverlo ammettere, ma la tendenza dominante di quest’età è di sciupare il genio in opere deperibili di questo [ultimo] tipo, quasi fosse una gloria bruciare le idee come falò. Ogni anno, nelle nostre pubblicazioni illustrate a basso prezzo, si consuma una grande quantità di intelletto e di lavoro; voi ne esultate, e pensate che sia una cosa veramente meravigliosa poter acquistare tante incisioni ad un penny. Ebbene, incisioni, penny e tutto il resto sono per voi uno spreco paragonabile all’investimento del vostro denaro in sottili ragnatele. Anzi, uno spreco ancor più dissennato, perché la ragnatela potrebbe solo solleticarvi la faccia e luccicarvi davanti agli occhi, non farvi anticipare e cadere, ciò che invece può e fa fare la cattiva arte: perché fin quando continuerete a guardare delle brutte incisioni, non sarete in grado di apprezzare le buone. Se in questo momento dovessimo trovarci di fronte a un’incisione di Tiziano o di Durer, non sapremmo apprezzarla, almeno quanto di noi si sono abituati ai dozzinali lavori d’oggi giorno. Non ci piacerebbe né poterebbe essere altrimenti finché ci ostinassimo in tale abitudine: stanchi di una brutta cosa da poco, la gettiamo via e ne comperiamo un’altra altrettanto brutta; e così continuiamo a guardare cose brutte per tutta la vita. Ora, proprio gli stessi uomini che ci propinano tutte queste brutte e frettolose immagini sarebbero invece capaci di crearne di perfette. Soltanto che un’opera perfetta non può essere eseguita in poco tempo né il suo prezzo scendere, pertanto, al di sotto di una certa soglia.” [J. Ruskin, “Economia politica dell’arte”, trad. it. di L. Angelini, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 81]

I seguaci di Ruskin, ricordiamo, come Morris e Ashbee (che mantennero sempre un modello di produzione puramente artigianale per i loro oggetti) sono oggi considerati fra i padri del design moderno, iniziatori di quella epoca (o stile) detta “Art Nouveau”, che accomunò numerosi artisti nell’intento di diffondere l’arte e la bellezza in tutti gli oggetti di consumo (quindi non solo nelle opere di arte pura e disinteressata), ma che si espresse anche nelle forme della produzione e distribuzione semi-industriale ed industriale tanto osteggiate dai primi, diffondendosi, così, anche presso il grande pubblico. Fra gli esempi (di successo artistico ed economico), possiamo citare l’imprenditore Sir Arthur L. Liberty in Inghilterra, la “Murrle, Bennet & Co” in Germania, i mobili Golia-Ducrot della Sicilia primo-novecentesca e nomi illustri di artisti quali René Jules Lalique, che con il figlio gestì una fabbrica di oggetti in vetro e cristallo a Wingen-sur-Moder, o Louis Comfort Tiffany, designer fondamentale per la storia dell’arte statunitense, ma anche imprenditore.

John Ruskin - Ritratto di Sir John Everett Millais - 1853-4 c.a