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I gioielli Art Nouveu di Lucien Gaillard - Composizioni floreali

Lucien Gaillard, orafo francese della scuola di René Lalique (la cui maggiore fama è stata, in parte, motivo di un lungo oscuramento dell'allievo), non può mancare di essere menzionato fra i designer di gioielli più rinnomati dell'epoca Art Nouveau.

Lucien Gaillard (1861-1942) è stato un orafo francese, ricordato, oggi, fra gli esponenti dell’Art Nouveau francese nell’ambito del gioiello.
Fu un figlio d’arte: alla sue spalle, infatti, vi era un’antica tradizione famigliare, la Maison Gaillard, fondata all’inizio dell’Ottocento dal nonno Amedée e proseguita con il padre Ernest, cui lo stesso Lucien succedette nel 1892.

Il giovane Lucien Gaillard, che al principio della carriera si era dedicato in particolar modo agli argenti, entrò a far parte del laboratorio del famoso orafo René Jules Lalique (1860-1945), da cui ricevette lo stimolo a specializzarsi nel gioiello, seguendone, perciò, anche le tracce artistiche. Un certo adombramento cui la figura di Gaillard fu sottoposta negli anni sucessivi si deve, in larga parte, proprio alla grandezza della figura di Lalique stesso (più prolifico e famoso) anche se non sono mancate odierne rivalutazioni del suo operato, volte a rivedere l’autonomia del suo stile.

Fra le opere sicuramente più significative, in questo senso, si può ricordare i “Biancospini” (1902-1904 ca, oggi al Musée d’Orsay di Parigi), una forcella per capelli realizzata in quel corno che Lalique stesso aveva prediletto nelle sue ricerche e sulla cui scia Gaillard, dunque, si pose, lasciando il proprio segno distintivo. Nel complesso, il fiore fu realizzato da Gaillard con grande semplicità e parsimonia di quei particolari che, in misura maggiore, avrebbero potuto superare l’impostazione essenziale, ottenuta dall’accostamento di tre foglie e tre fiori, sui quali l’artista si limitò a porre piccoli diamanti a fare da stami fra i petali di madreperla; un tocco di gocce d’oro bastò, infine, per ottenere lo straordinario realismo delle foglie che cominciavano, quà e là, a marcire. Con essenzialità, l’artista creava le forme definitive e complete. L’umiltà del fiore rappresentato era complementare alla povertà di valore dei materiali stessi.