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La divina Ebe

Dea della giovinezza greca e romana, Ebe ricorre di rado, ma con costanza, nella storia dell'arte, dall'antichità fino alle opere degli artisti Art Nouveau.

Ebe - Antonio-Canova_1816-1817Secondo la mitologia greca Ebe (o Hébé, in francese) è la dea della giovinezza, figlia di Zeus ed Era, menzionata nell’Iliade come sposa di Eracle; fu ribattezzata “Juventas” (“giovinezza” in latino, appunto) dai romani, i quali affidavano a lei i giovani che assumevano la toga virile per entrare nel mondo degli adulti. In terra ellenica un tempio eretto a suo nome si trovava a Flio, mentre, in area latina, un’edicola a lei dedicata fu collocata nel Tempio di Giove Ottimo Massimo, al Campidoglio (fonte: Wikipedia).

Al termine dell’epoca antica, la figura di Ebe subì un totale oscuramento a causa del mancato riutilizzo con cui i cristiani erano soliti riproporre, attraverso nuovi significati, le figure dell’antico pantheon per rendere la loro religione più familiare alle persone da convertire (sorte riservata ebbe in tal senso, invece, il fratello Ares / Marte, che divenne San Marziano martire).

Piere Gobert - Ritratto della Duchessa di Modena come EbeSolo nel Settecento, la figura di Ebe tornò a circolare nuovamente, grazie alla ritrattistica e, in particolar modo, alla pittura allegorica: di gran moda divennero, infatti, nelle corti europee le immagini di dame rappresentate nelle vesti dell’antica divinità, di cui si voleva indicarne le qualità di bellezza, grazia e giovinezza (come nell’esempio di Piere Gobert, “Ritratto della Duchessa di Modena”), ma frequenti furono anche, in età napoleonica, le immagini allegoriche in cui fu rappresentata slegata dalle effigi di una persona particolare. Da questo punto in avanti, tuttavia, Ebe (s)comparve nuovamente: sempre più di rado, fu recuperata dal repertorio iconografico classico come un tema erudito e insolito con cui si voleva richiamare l’antichità.

Ebe - François Rude - Musée des Beaux-Arts de DijonL’iconografia usuale della dea la vede nell’atto di versare nettare da una brocca, ora verso il marito, ora verso il padre rappresentato nelle varianti zoomorfe di cigno o di aquila (di fianco, l’esempio di François Rude (1784-1855) al Museo delle Belle Arti di Digione).
Una delle immagini più celebri dell’età moderna fu scolpita nel 1816 da Antonio Canova (1757-1822) in marmo bianco ed è, oggi, conservata a Forlì (sopra) - quarta versione del modello realizzato, per la prima volta, nel 1796 e di cui esiste anche un esemplare in gesso al Museo di Civico di Milano. Canova rappresentò la dea mentre avanza con passo leggero e lievemente inarcata in avanti, nell’atto di servire i convitati di un invisibile banchetto olimpico, al quale ella rivolge lo sguardo.
Agathon Léonard (1841-1923), fra i maggiori esponenti dell’Art Nouveau in scultura, immaginò invece la dea (1897) nel tradizionale atto e con l’elegante compagnia del cigno-Zeus; più slanciata, ma meno sontuosa che quella di Canova, la statua subì numerose peripezie, che le costarono un braccio. Oggi, l’opera è conservata al Musée d’Orsay assieme ad altri esemplari dell’artista.