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"La Gloria" di Giuseppe Berto

"Sognavo un romanzo ambizioso e bellissimo e l'ho scritto pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l'angoscia di non crederci". (G. Berto)

>Ho scritto e riscritto questo intervento, combattuta fra un tono “spirituale” ed uno più leggero.
“Lascia parlare i libri” ho pensato. Ho dato loro uno sguardo e “La Gloria” di Giuseppe Berto mi ha risposto. Sul retro della copertina leggo: “La storia di un tradimento compiuto per amore, in intima complicità con la vittima, duemila anni fa. Un romanzo che riflette le contraddizioni, la violenza, il disperato bisogno di trascendenza dei nostri giorni e della nostra generazione.”
All’interno, una dedica: per il mio diciottesimo compleanno. Cerco di ricordare…molti anni sono passati, ma sono convinta che il messaggio, ad una umanità spesso sconcertata, delusa, in cerca di una guida, possa essere ancora attuale; è un libro che ho consigliato, di certo mi ha dato emozioni forti questa interpretazione della vicenda di Giuda, del mistero del male e della morte che essa solleva.
Conosciamo un Giuda giovane, forte e coraggioso, che interroga e cerca con impazienza “qualche barlume di rivelazione, segni sottili” che gli indichino la presenza del Messia. L’incontro con il Battezzatore lo infiamma: forse l’Unto non ha ancora preso coscienza della propria potenza. Tutta la notte interroga l’Eterno: “Sono io l’Atteso?” Ma l’Eterno è silenzio. Scoprirà che il Messia è un altro e ne ripercorre la vita (sembra un Vangelo apocrifo) con toni, a volte, da psicoanalisi, che fanno sorridere.
Nella narrazione di fatti avvenuti al tempo di Gesù, si avverte presto una voce moderna che ha letto Marx e Engels, Freud, Heiddeger e Reich e che determina una nuova religiosità. Giuda è l’uomo che vive per la morte, la propria e quella di Gesù, che lo accoglie con il compito pubblico di tesoriere, ma con quello segreto di tradirlo, quando avrà bisogno di morte. Ciò che afferma è che la morte è l’essenza stessa del Cristianesimo e che “all’origine dei prodigi c’è sempre il male”. Giuda compie con il tradimento un ultimo dovere d’amore, pagando con la dannazione un atto per cui era stato predestinato dalle Scritture.

“Morimmo press’a poco alla stessa ora, Tu crocifisso sul Golgota, io poco lontano, impiccandomi, dicono, ad un albero di fico – sarà poi vero ch’era un fico: è uno degli alberi meno adatti per impiccarcisi – esemplificando un peccato – si chiama impenitenza finale – cui pare si debba negare misericordia. Ignominiosa conclusione. Invece la Tua morte sulla croce, che nelle intenzioni di coloro che Ti volevano morto doveva essere non meno ignominiosa, divenne, un po’ alla volta, apoteosi. […] Così l’umanità è ancora qui, a penare tra il dolore di vivere e l’angoscia di morire, ma Tu sei chiamato l’Agnello di Dio, Redentore, Salvatore, mentre io porto un nome che vuol dire tradimento. Nella nostra vicenda, dove tutti i manichei di tutti i tempi hanno trovato conforto, Tu sei la luce e io sono la tenebra: abbiamo confortato innumerevoli crudeltà e ingiustizie. Non è possibile che la tenebra sia soltanto tenebra – né forse la luce soltanto luce – ma siccome gli uomini sembra non possano fare a meno di crudeltà e ingiustizie, io continuo ad essere la tenebra: colui che tradì, che lo consegnò ai suoi nemici, intorno al quale non si sprecano molte parole. Su Te, invece, sono state scritte fin troppe cose, formulate fin troppe ipotesi, sicchè ognuno Ti ha visto – e Ti vede – a modo suo, sostenendosi a Te nel bene e nel male, pace e guerra, rettitudine e furberia, povertà e ricchezza. Di Te si sono serviti – e si servono – per costituire fraternità e tirannie, per celebrare e perseguitare, soccorrere e infierire. Quanti Tuoi seguaci hanno dimenticato che, per te, operare con giustizia – e amore – non è mai stato fine, ma via per arrivare a collocarsi, quando avverrà l’adempimento, nel regno dei cieli?”

A tutti una Buona Pasqua, trascorsa, magari, anche in compagnia di un buon libro!

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