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Virginia Woolf (1882-1941)

Sessant'anni sono ormai trascorsi dalla morte della grande scrittrice

Due scrittori del secolo scorso, fra i più innovativi della lingua inglese, hanno in comune l’anno di nascita, 1882, e quello di morte, 1941.

Sono quindi ormai sessant’anni che James Joyce e Virginia Woolf ci hanno lasciati, il primo morendo di peritonite in Svizzera, dove si era messo al riparo dal conflitto europeo, l’altra scegliendo di annegarsi nelle acque del fiume Ouse, il 28 marzo.

Un gesto di disperazione incomprensibile se misurato col metro del successo letterario a cui era giunta e della serenità della vita coniugale, in cui il marito costituiva un punto fermo e indiscusso di calore, di stimolo e di affettuoso sostegno nell’attività di scrittrice e di editrice, ma che assume contorni più chiari se spiegato con l’instabilità psichica che l’aveva contraddistinta.

Virginia non era pazza. Di temperamento delicato, aveva ereditato dalla famiglia Stephen una raffinatezza e sensibilità esasperate, che però non facevano di lei una puritana: apparteneva infatti ad uno dei gruppi più progressisti d’Europa, il Gruppo Bloomsbury.

Bloomsbury, che è la parte di Londra attorno al British Museum, era diventato un centro di vita intellettuale i cui principi si rifacevano ad un edonismo temperato: trarre piccoli piaceri da qualsiasi azione, purché non nuoccia agli altri. Per questo erano tollerati i costumi sessuali ambivalenti di Virginia, così come l’omosessualità di altri illustri esponenti.

Semmai erano gli stranieri ad avere qualche problema a causa di un certo snobismo e della presunta superiorità.

T. S. Heliot, amministratore delegato della casa editrice Faber & Faber, era accettato nel gruppo malgrado la nazionalòità americana, ma Joyce o Conrad, proprio no!

Fu proprio attraverso questi echi di una cultura più aperta ed attiva (le famose serate del giovedì) che avvenne la sua graduale emancipazione sociale, culturale e personale; fu così che giunse a rifiutare le regole del romanzo tradizionale e ad inventarsi un nuovo modo di scrivere e di raccontare come mai nessuna aveva osato.

E le donne che oggi hanno una stanza, reale o metaforica, dove poter scrivere – ma anche dipingere, ricamare, cucinare o semplicemente pensare o dormire, dove essere se stesse, al di là del proprio ruolo sociale, sanno di doverlo anche a lei.

“Carissimo, sento con certezza che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo attraversare ancora un altro di quei terribili periodi. E, questa volta, non ce la farò a riprendermi. Comincio a sentire le voci, non riesco a concentrarmi. Così faccio la cosa che mi sembra migliore. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso per me tutto ciò che una persona può essere.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, finché non è sopraggiunto questo terribile male. Non riesco più a combattere. Lo so che sto rovinando la tua vita ma che, senza di me tu potresti lavorare. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno ad esprimermi bene. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo a te tutta la felicità che ho avuto nella vita.”

Queste le parole della sua ultima lettera, che stranamente portava la data di tre giorni prima. La depose sulla mensola del caminetto e poi, in un fresco mattino di inizio primavera, dal cielo terso e luminoso, l’ultima passeggiata nella palude, verso il fiume al cui richiamo non aveva saputo resistere.

Nella foto, un ritratto eseguito da Vanessa Bell, sorella maggiore di Virginia.

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