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Lamento di Portnoy di Philip Roth

Curiosando fra le prime opere dello scrittore americano, un romanzo originale, una lettura particolarmente divertente e, sotto certi aspetti 'liberatoria'

Come si fa a conoscere un autore di cui si è solo sentito parlare?

“Si comincia con le sue prime opere” - mi sono detta tempo fa davanti ad un volume ingiallito e sciupato, copertina stile anni ‘70, di Philip Roth, l’unico di questo autore disponibile in biblioteca, almeno in quel momento.
Lamento di Portnoy, pubblicato per la prima volta nel 1969, è una lunga e dettagliata seduta psicoanalitica, durante la quale Alexander Portnoy racconta le vicissitudini, soprattutto a carattere sessuale e autoerotico, che hanno caratterizzato la sua esistenza, dall’infanzia ad un’età più matura, di ebreo fortemente condizionato dalla cultura cui appartiene e ossessionato dalle figure dalla madre e del padre.

Ora, io non riesco a trovare spesso libri che mi facciano ridere. Forse non li cerco, o non li trovo, ma un po’ di umorismo e di ironia, a volte sono un toccasana…

E’ questo il tratto dominante di questa lettura, ma ce n’è un altro che, vista la mia tendenza a risalire all’origine delle storie, non posso fare a meno di sottolineare.

Si tratta della questione che è stata poi il fulcro di tutta la produzione di Roth e cioè la relazione finzione/vita, protagonista/autore.

Fino a che punto, cioè, Philip Roth è Alexander Portnoy - o viceversa?

“Questione di poco conto”, penserà qualcuno. A questi, consiglio allora di fermarsi qui.

Gli altri, invece, mi seguano…

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